mercoledì 21 aprile 2010

BARI – Teatro PETRUZZELLI

La Cenerentola
di
Gioacchino Rossini

L’incanto di un messaggio quasi religioso

Dopo il furore di odio e di sangue delle devastanti guerre napoleoniche che avevano privato l’Italia della sua gioventù migliore, dopo quell’infausto tentativo di restaurazione degli antichi sistemi politici e degli antichi privilegi spazzati via dalla Rivoluzione Francese, dominava nello spirito degli uomini più illuminati il bisogno di una rigenerazione spirituale, di una rappacificazione e di un perdono condiviso. Anche Rossini, che alla politica si sentiva e fu estraneo, per quel prodigio che accarezza sempre i geni sommi, nel 1817 passata la bufera napoleonica e concluso il Congresso di Vienna sentì di dover dare voce a tale bisogno. Di strumenti ne aveva uno solo ma traboccante: la musica. E la utilizzò. La utilizzò tuttavia con i canoni che gli erano propri, quei canoni che gli permettevano di cogliere anche nella drammaticità delle situazioni e degli accadimenti quotidiani aspetti comici e paradossali. Quegli aspetti che filtrati con l’intelligenza dell’ironia, alla farsa conferiscono la dignità del sorriso amaro e riflessivo, e la elevano all’altezza dell’apologo morale, quasi messaggio religioso. Per questo nella sua Cenerentola si fondono in un'unità armoniosa e si integrano in un equilibrio mirabile e perfetto, gli aspetti buffi con quelli onirici, quelli esilaranti con quelli poetici, quelli farseschi con quelli etici. L’elemento unificante è la sua musica mai greve, mai banale, e che anche là dove il testo perde di pregnanza e fascino, resta incontaminata nel suo ritmo continuo e travolgente, nella sua superiore armonia affascinante e coinvolgente, nella sua eleganza descrittiva.

Don Magnifico, barone di Montefiascone, è la nobiltà decaduta, annientata da debiti e ipoteche fino agli stivali a tromba, la quale tuttavia aspira alla sua restaurazione attraverso il sodalizio principesco di una delle sue figlie. E nel ratto onirico della sua cecità mentale sogna dozzine di nipoti regali, un re piccolo di qua/ un re bambolo di là/ e la gloria mia sarà, immagina al suo palazzo crollato e in agonia l’andirivieni di un supplichevole drappello di importuni seccatori. Le sue figlie un misto di insolenza, di capriccio e vanità, si insultano e si offendono, insultano e offendono Cenerentola, sorellastra Donna sciocca ! alma di fango, assetate entrambe dalla lurida voluttà di salire al trono e sorde a ogni richiesta di carità. Alla cecità di Don Magnifico e alla sordità delle sue viscere cui si raccomanda, risponde con ingenuità luminosa e veggente Angelina. La Cenerentola. La quale dal nulla della sua povertà e semplicità coglie che il suo fasto è la virtù, che la ricchezza è l’amore, e ad Alidoro che fintamente mendica un tantin di carità, offre un po’ di colazione. Alidoro, scacciato quale tanfo dalle sorellastre Tisbe e Clorinda con un furente Accattone, via di qua, diventa la materializzazione del premio eterno promesso alla bontà. La sua Aria “Là del cielo nell’arcano profondo/del poter sull’altissimo Trono/veglia un Nume signore del mondo/….Tutto sa, tutto vede,/e non lascia/nell’ambascia/perir la bontà” si eleva alle sommità di un sermone che sollecita la fede e motiva la speranza. Ieratico, profetico, sontuoso nella possanza della voce di basso, Alidoro diventa l’epicentro che sconvolge la vita di Angelina, diventa l’Angelo consolatore che la sottrae alla vergogna della cenere e la conduce sul trono del principe. Alidoro, personaggio in apparenza secondario è nel contempo il messaggero più eloquente di una Forza superiore, irriconoscibile ma presente, e lo strumento capace di cangiare come un baleno rapido la sorte di chi lo accoglie pur nelle vesti di un povero mendico, del quale non cerca la identità ma ne riconosce la condizione. Nella sua constatazione che il nembo è terminato e il destino s’è cangiato e nella promessa che l’innocenza brillerà, v’è tutta l’abbagliante bellezza di un messaggio di speranza contro le iniquità del mondo immondo. Angelina è la testimonianza di una umanità che nata all’affanno e al pianto, condannata a vivere nella cenere immonda, avverte una voce di salvezza che la eleva sul trono non per vendicarsi ma per perdonare: E sarà mia vendetta /il lor perdono. Una voce che è rivelazione, che lei conserva segretamente e che le consente di assistere alle insolenze delle sorellastre e alla arroganza fatua del patrigno con un distacco sereno e consolante. Si dipanano allora davanti a lei fatti e inganni, attese e improbabili sogni, travestimenti, inganni, intrecci avviluppati di fatti che lei guarda ormai come attinenti a un mondo non più suo e dal quale si sente ormai esule. In tale mondo si muovono quasi figuranti i personaggi del Principe Ramiro, innamorato di Angelina e da lei riamato e Dandini, suo servitore travestito. Personaggi poco delineati, che solo a contatto con Angelina raggiungono una consistenza e una verità plausibili. Se infatti l’aria del secondo atto di Ramiro, “Sì, ritrovarla io giuro”, è affatto convenzionale, molto più eloquente nella caratterizzazione del personaggio è il bellissimo recitativo “Tutto è deserto”, con il quale il Principe si presenta al palazzo di Don Magnifico preceduto da un balbettare dell’orchestra a sottolineare il suo spirito in bilico fra stupore e incantamento. È il punto in cui l’opera maggiormente si dissolve nell’atmosfera della fiaba, e che rende il seguente duetto con Cenerentola il più bel duetto d’amore che Rossini abbia mai composto. Sbalorditiva, in quel canto, è la capacità del Maestro di tradurre in poche battute e con una fulminante pittura musicale tutti i trasalimenti e il turbamento di due giovani innamorati a prima vista: “già più me non trovo in me/che innocenza, che candore!”.
A Dandini Rossini affida arie ed eloqui giocosi che riportano l’opera al divertimento fiabesco e raffinato, ma che non intaccano l’intima e stupefatta metamorfosi di Angelina. La quale da figura pateticamente sognante nella sua iniziale malinconica canzone “Una volta c’era un re”, levita progressivamente verso la pazzia di gioia che esprime nello sfavillante rondò finale “ah fu un lampo, /un sogno, un gioco/ il mio lungo palpitar”. Personaggi dunque non marginali nello sciogliersi del nodo avviluppato, ma dalle psicologie assai superficiali perché solo pretesto alla geniale narrazione del trionfo della bontà.
Opera somma e luminosa leggibile da angolazioni diverse e tutte legittime, tanto copiosa è la partitura e ricchissima la tavolozza musicale.
L’allestimento al Teatro Petruzzelli di Daniele Abbado nella ambientazione e nei costumi senza eccessive connotazioni di tempo predilige la lettura di un’opera immortale e ancora attuale, dominata dall’apparire e scomparire di scale testimonianza visiva della discesa o ascesi di rango dei vari personaggi, del loro essere e non essere attraverso l’apparire e lo scomparire di passerelle e varchi. Una lettura legittima, ma una messa in scena non esaltante che anzi mortifica l’azione scenica dei cantanti costretti a equilibrismi che distolgono dalla concentrazione.
Cantanti affiatati e bravi, seppure in misura differente, tra i quali meritano una citazione particolare le due sorellastre Alessandra Volpe ed Eleonora Cilli e la giovanissima Josè Maria Lo Monaco, Angelina.
Alessandra Volpe (Tisbe), dotata di splendida presenza scenica e di una voce possente, assieme a Eleonora Cilli (Clorinda) dalla voce pastosa e dalla dizione limpida, descrivono in modo perfetto due sorellastre insolenti, vivaci, ciarliere e garrule. Con un ventaglio sapido di azioni e movenze sceniche conferiscono alle sorellastre una comicità non sfrenata e da avanspettacolo, ma una comicità che sollecita con il sorriso anche la commiserazione.
Di José Maria Lo Monaco sorprende la purezza degli attacchi, la sonorità argentina degli acuti estremi, l’agilità perlacea, e sopratutto l’estensione dei mezzi vocali nel passare senza ripresa del respiro dai sotterranei sonori alle vette delle noti acute. Tanta dovizia di vocalità assieme alle straordinarie qualità di interprete e di attrice, apportano un soffio nuovo alle atmosfere spesso gravi e accademiche del teatro d’opera. La totale identificazione del canto alla parola e della parola alle intime modulazioni, alle metamorfosi del personaggio, ha il respiro di un magistero che saprà relegare quali residui della paccottiglia i paradigmi del bel canto per ridare dignità al canto attraverso l’arte contestuale e inscindibile della interpretazione scenica. Le esemplificazioni possibili sono tante. Dalla canzone melanconica del “Una volta c’era un Re..” cantata in modo sommesso e tutto intimo, alla gioia estatica con cui scopre in sé la dolcezza del sorriso di Ramiro che “scende all’alma e fa sperar”, alla triste constatazione del “Io chi sono? Eh! non lo so”, frase cantata con un fiato sospeso e tenuto a lungo, quasi riflessione esistenziale sul suo e sul destino delle tante fanciulle figlie di madri vedove.
Il suo capolavoro resta comunque il tocco delicato e commovente impresso al recitativo e al rondò finali. Di straordinaria raffinatezza stilistica la dizione “E sarà la mia vendetta il lor perdono” nel quale dopo il tono imperioso e quasi furente nella dizione vendetta, la voce si addolcisce sulla pronunzia de il lor perdono. Il rondò “Nacqui all’affanno e al pianto” poi è reso un’oasi di magia sonora arricchito da ghirlande di fioriture a fior di labbra di innegabile, esaltante suggestione. Una prova che testimonia la classe di un soprano che saggiamente coniuga la maestria di uno stile di canto impeccabile, con la naturalezza di una recitazione fedele alla personalità della protagonista.
Non da ultimo un riconoscimento al Maestro Evelino Pidò che ha saputo dosare il ruolo dell’orchestra in modo sapiente e tale da renderla volta a volta protagonista assoluta assorbendo nella tavolozza dei colori orchestrali anche le voci dei cantanti, come nel quintetto “Nel volto estatico di questo e quello” e nel sestetto “Questo è un nodo avviluppato” a volta totale sostegno del canto come nella lunghissima e vertiginosa aria di Don Magnifico “Sia qualunque delle figlie….” fino alla felicissima intuizione di assecondare del tutto l’interprete nel rondò finale, col quale lo svettare di Cenerentola sulla orchestra testimonia il trionfo dello spirito di bontà sulla magia stessa della musica.
Si chiude così La Cenerentola di Rossini, opera di somma sapienza che in un mondo dominato ancora da odi e vendette, dalla furia cieca del terrorismo e della follia omicida, sollecita la speranza in un Nume che tra la cenere, il pianto e l’affanno, tutto sa, tutto vede, e pur nell’angoscia non lascia perire la bontà. Messaggio altissimo, e se non evangelico, forse almeno religioso.
Manlio Mirabile

venerdì 26 febbraio 2010

TEATRO GHIONE

La Bisbetica Domata
Festoso e fastoso inno all’Amore

Scintillante messa in scena de La Bisbetica Domata, tutta colori, costumi sgargianti, luci calde e sensuali, azioni sceniche rutilanti, danze d’epoca, recitazione accattivante ed efficacemente descrittiva, stormo di campane, rumori di scena che pennellano lo stupendo mosaico, preludi o interludi di musiche raffinatissime con archi e strumenti a plettro. Uno spettacolo che nella successione rapida delle azioni sceniche, nei travestimenti, nei cambi d’abito e di scena, nella varietà delle figure mimate quale il galoppo degli sposi dopo il banchetto nuziale, nelle riprese musicali di intensa poesia derivate dalla celebre marcetta delle Nozze di Figaro o nelle riprese pittoriche, il bacio finale degli sposi sullo sfondo e il Bacio di Hayez, diventa un turbine incessante che dal palcoscenico migra verso la platea si che lo spettatore è come purificato da una lavacro ristoratore, e sottratto agli affanni è consegnato alla soave leggerezza di un incanto inatteso.
Questa è la Bisbetica, festoso e fastoso inno all’Amore, che il Teatro Ghione ha saputo offrire al pubblico insolitamente partecipativo con risate di cuore e diffuse, applausi a scena aperta ripetuti e convinti, esplosione di entusiasmi alla fine. Spettacolo di grande levatura e godibilissimo, che sarebbe insano perdere.

Il merito va riconosciuto a tutta la troupe di attori e a tutte le maestranza del teatro. Ma va primariamente ascritto alla regia di Caterina Costantini, la quale ha dato prova di saper condurre con mano ferma una compagnia di attori di diverso spessore e percorso professionale. La sua regia è riuscita a dare a ciascuno il suo ruolo e a ogni ruolo la giusta ponderazione nella complessa vicenda della Bisbetica, elevando Caterina e Petruccio, i due protagonisti, sulla pedana di tutti gli altri personaggi che vivono di loro e da loro sono ispirati. Il padre di Caterina, Battista, e la sorella, Bianca, i pretendenti e spasimanti di Bianca con relativi servitori e i servitori di Petruccio, sono solo molecole nell’universo maestoso e solenne dei due protagonisti che da essi e dalle loro descrizioni ricevono radiazioni di luce che illuminano le colorazioni cangianti del loro essere e del loro divenire. Una regia di alta levatura, merito di pochi e non da poco. Tuttavia nell’estrosità della vicenda già ricca di personaggi e situazioni grottesche, Costantini aggiunge contaminazioni da avanspettacolo cui è difficile aderire. Se Petruccio giunge alle nozze con Caterina in abiti logori, bizzarro monumento e rappezzato arnese, è difficile cogliere il significato della scelta di aggiungere agli abiti che disonorano il suo rango, anche uno stato di ebbrezza non sazia che lo spinge a bere dal calice dell’altare e sull’altare addormentarsi russando. Una concessione di ilarità di grande presa ma che impallidisce la figura di Petruccio che è sì un diavolo, un vero diavolo, un bruto palafreniere, ma non certo un ubriacone. Difficile da capire ancora come nella cerimonia nuziale non si sia ripreso il racconto che Shakespeare affida a Gremio, uno dei pretendenti di Bianca, con le bestemmie e gli schiaffi e il capitombolo del prete nel raccogliere il messale caduto, e si sia privilegiato una parodia di scena nuziale, dominata dalla fatuità del prete, dalla sua voce stridula e dalle sue movenze da omosessuale. Eppure il gioioso stormo delle campane che accompagna la cerimonia, e la croce bianca che si disegna sul fondo sembrerebbero riprendere la sacralità di una cerimonia e un di un vincolo, dissacrati non dalla fatuità del prete o dalla ebbrezza di Petruccio, ma dal suo comportamento blasfemo.
Difficile appare anche condividere la scelta di affidare a una attrice di colore il personaggio di Bianca. Le note della regia spiegano che Bianca è in realtà un animo oscuro, giusto contraltare alla fragilità fisica della sorella. Eppure Bianca, la dolce bellezza, personaggio assai marginale nella narrazione, è tutta libri e strumenti musicali e in quel poco tempo che è in scena si sottomette umilmente alla volontà al padre, timidamente implora la sorella di non usare verso di lei i modi che s’usano per una serva o una schiava, e ingenuamente si chiede se esista una scuola dove s’insegna a domar la gente. Frasi e atteggiamenti che non rivelano nulla di oscuro ma un candore ingenuo e inconsapevole, pallido di un pallore stridente col fuoco vulcanico di Caterina.
A tali osservazioni che riguardano la interpretazione scenica della Bisbetica, occorre aggiungere una osservazione che attiene alla interpretazione culturale della commedia.

La Bisbetica non è né solo spensieratezza, né solo esaltazione del grottesco, né opera buffa. Pur nel sapiente connubio con la leggerezza e la spensieratezza essa è la riflessione succhiata dal miele della dolce filosofia su alcuni degli archetipi caratteristici della condizione umana: il rapporto uomo-donna e il rapporto di ciascuno con la Storia. Il rapporto di ciascuno con la Storia e le manipolazioni delle sue verità, la Storia e le violenze cui essa lo sottopone in un continuo mutar di forme: la fame, il sonno, l’incuria, l’apparente ripudio della ricchezza. Forme tutte ipocritamente finalizzate al bene. Una riflessione sul rapporto uomo-donna nelle innumerevoli varianti col quale esso si manifesta nell’incessante farsi delle culture e delle coscienze. Un rapporto che il tempo ha trasfigurato, grazie a un florilegio ininterrotto di metamorfosi e mutazioni di costumi quasi sorprendenti trasposizioni metateatrali. Un rapporto inesorabilmente immerso nel portentoso dinamismo nel labirinto della vita, nel quale ognuno lasciandosi alle spalle la palude per tuffarsi nelle profondità dell’oceano apprende il proprio ruolo e cerca di recitarlo con convinzione ed efficacia. Un ruolo dapprima respinto con tempesta di clamori insopportabili, con caparbietà e isterismi, ma infine accettato per vivere in armonia con l’esistenza e potersi abbandonare con passione e pienezza alle pulsioni dello spirito. Accettazione che dopo lo sforzo beffardo di conservare la propria indipendenza di intelletto e di azione, diventa ineluttabile e spesso devastante se impone la rinuncia parziale alla propria personalità, come nel finale della Bisbetica.
In tale luce la bisbetica Caterina, lungi dall’essere l’erinni contemporanea, scontrosa e testarda, è la semplificazione della forza indomita delle donne di resistere alle violenze e prepotenze di cui sono vittime. Figura infinitamente sola nel duello sfrontato e audace con chi vuole sottometterla. Infinitamente umano il suo tentativo di reagire col carattere scorbutico, caparbio e terribilmente linguacciuto all’avidità di ricchezza e potere di Petruccio, gentiluomo girovago, uomo del destino, educatore determinato, repressore di ogni originalità e libertà, giustiziere di qualunque diversità. Ma la scontrosità di Caterina arma originale di difesa contro tanta protervia, non è pagante nei confronti della ineluttabilità della esistenza. Ineluttabilità elevata al parossismo della predestinazione, che la sorella Bianca percepisce distintamente pur se forse inconsapevolmente. La Bisbetica è dunque un viaggio disperato e un po' grottesco nella sostanza di tale predestinazione esemplificata nell’eterno conflitto uomo-donna. Nel suo viaggio in giro per vedere un po’ di mondo, lungi dal tetto natio, Petruccio incontra Caterina, predestinata quale sua sposa e sua preda da addomesticare. Se Caterina è la fanciulla bisbetica e capricciosa, ma vittima predestinata, Petruccio è l’avido gentiluomo che utilizza il proprio potere come terapia. E nel loro intreccio dal tono comico e farsesco, nei loro furibondi contrasti verbali, nel loro rintuzzarsi serrato di battute, si materializza la potenza di tale conflitto, esemplificazione dell’ineludibile conflitto tra le diversità di sesso, di ricchezza, di intelligenza. Un conflitto cui il ricco gioco dei travestimenti conferisce rifrangenze ottiche e trasforma in finzione e illusioni soggettive. La finzione: sudario che avvolge tutti e a tutti sottraendo la propria identità li relega nel sottile diaframma che distingue l’essere dall’apparire, la verità dalla falsità, la pazzia consapevole dalla furbizia inconsapevole; e le illusioni soggettive di ognuno di perseguire il proprio obiettivo credendo di possederne gli strumenti idonei: chi il potere, chi il denaro, chi l'inganno, chi l'umorismo.
Un conflitto dunque tra due giganti della letteratura mondiale, che la lettura della Costantini pare ridurre solo a un diverbio amoroso, a un sottile gioco della seduzione, allegro e grottesco.
Se la regia appare non condivisibile in alcune scelte, nulla si può eccepire alla quasi totalità degli interpreti. Se si esclude la giovane Fatima Ali, Bianca, del tutto fuori dal personaggio nella lingua, nella dizione, nella recitazione, a tutti gli altri va riconosciuto un impegno, una fluidità nelle migrazioni da un personaggio a un altro, un dominio della voce ora chioccia, ora greve ora irridente, meritevoli di ogni lode. Sopra tutti svetta inconfondibile la perfetta interpretazione di Selene Gandini, Caterina.
Selene Gandini è giovane ma non è una giovane promessa: è il distillato di un’alta scuola di recitazione ormai capace di proporre nuovi modelli interpretativi. La sua interpretazione della capricciosa Caterina è una interpretazione da manuale. Lungi dalle auliche, pavoneggianti letture di attrici ben più affermate, lungi dal conferire al personaggio una connotazione puramente simbolica e intellettuale, quasi antropomorfica degli isterismi caparbi di Caterina, coniuga con sapienza scenica la simbologia con la umanità vibrante e sofferente di una creatura che è sola contro uno stuolo di uomini avidi di denaro, di potere, di sesso. La personalità di Caterina non è affidata solo alle tante sfumature della voce, ma è resa con la totalità del corpo, dei pugni e dei piedi che fiondano l’aria, con l’incedere ora svelto e nervoso, ora falsamente claudicante, ora lento e maestoso. Ineccepibile l’aderenza del suo gesto alla parola e della parola alla vicenda, guidata sempre dalla naturalezza e mai dal piacere di captare la benevolenza del pubblico. Autentico specchio della natura capace di mostrare al vizio la sua immagine e alla virtù il suo volto. Garbata pur nella veemenza dei momenti di isterismo e litigiosità, morbida e sobria nelle intonazioni della voce e nella successione dei movenze nella recitazione dell’ultimo, lunghissimo monologo,” Vergogna, vergogna” lanciato alle altre mogli e donne, iniziato come leggendo un testo sacro e via via recitato, quasi sermone appreso a memoria dopo il leggerlo e rileggerlo. Una Caterina quella della Gandini che specialmente nel finale supera le interpretazioni precedenti per la rassegnazione non amara con cui prende coscienza della sua identità e del suo ruolo nella società. Ruolo che accetta devotamente, creando anche con il canto una atmosfera lieta e gioiosa, razionale e ottimistica, senza tralasciare tuttavia né alcuni toni malinconici né l’invito alla meditazione sulla evanescenza e aleatorietà della felicità umana.

venerdì 5 febbraio 2010

AL TEATRO MASSIMO di PALERMO

NABUCCO

La schiavitù di un popolo quale emblema di una identità perduta

Ogni riferimento alla preghiera dolente e intensa del Va’ pensiero, porta al Nabucco e solo al Nabucco. Ispirata al Salmo biblico nel quale sulle sponde dell’Eufrate il popolo d’Israele in cattività eleva struggenti preghiere perché siano restaurati il proprio tempio e il proprio regno, la preghiera troverà eco estatico tra gli Italiani oppressi dalla dominazione austriaca. Traducendo semplicemente e magnificamente l’esperienza dolorosa di un popolo oppresso e la sua insopprimibile aspirazione alla libertà, quel canto sublime travalicherà il tempo del Risorgimento e con sommo magistero musicale continuerà a richiamare l’atroce perversità delle occupazioni che alcuni popoli impongono ad altri popoli negando loro identità nazionale e dignità di uomini. Sintesi atipica, tocca ancora oggi e ancora più a fondo tanta umanità che umiliata nella identità e dignità cerca il riscatto con atti e forme che raggiungono la follia distruttrice.
Ma ogni esplorazione del Nabucco ristretta al Va’ pensiero sarebbe amputata e illeggibile senza riferimenti a una verità di cui il testo di Solera è grondante e a cui la musica di Verdi dà una universalità perentoria, trasfigurazione del proprio tempo nel clima della cose eterne. La verità inoppugnabile e solenne della identità nazionale e individuale che è perduta da chi è in schiavitù o in schiavitù cerca di tenere uomini e popoli.
Alla luce di tale verità si leggono i comportamenti dei personaggi del Nabucco: la tragica e dolente Abigaille creduta figlia del Re di Babilonia Nabuccodonosor scopre disperata di essere una schiava; Fenena figlia del Re innamorata dell’ebreo Ismaele rinnega la sua razza e la sua religione e si converte all’ebraismo divenendo essa stessa ebrea; il Re creduto morto in battaglia è invece vivo, richiede per sé la corona ed esige l’adorazione dovuta all’unico dio. Colpito dal fulmine scagliatogli dal Dio degli Ebrei perde con la corona, la ragione e tutto il senso della sua identità personale. Riemerso dall’abisso della follia recupera il suo spirito ma sotto una nuova amara identità. Non è più Re, ma soltanto padre. Un padre afflitto che invoca presso Abigaille già sua schiava e ora Regina la liberazione della figlia Fenena ormai ebrea condannata. La verità della identità nazionale e individuale, perduta e ricercata, è dunque quella che Solera con l’incanto di un libretto poetico affida a Verdi e che Verdi traduce nella sontuosa magnificenza della sua musica. Una musica nuova, gladiatoria, impetuosa, corale, senza riccioli e sospiri, senza frizzi e ciprie settecenteschi, la cui potenza innovatrice si manifesta immediatamente nella sequenza che accosta la trascinante Sinfonia all’imponente e dolente affresco corale su cui si leva il sipario.
La Sinfonia di esordio oppone con semplicità elementare, l’elemento sacro – rappresentato dal suono iniziale degli ottoni- all’elemento marziale dopo l’interpolazione lirica del «Va’, pensiero». Incendiato dal ritmo feroce del tamburo e dai colpi della grancassa possenti e incalzanti sino alla frenesia, tale elemento si trasforma in un crescendo che rapisce gli spettatori e li tiene come soggiogati fino al levarsi del sipario e all’ingresso nel tempio di Salomone degli ebrei ebbri di angoscia e di terrore. Sul pubblico si riversa allora una tempesta sonora che dà inizio al Dramma della identità nazionale. Dramma vivo, avvincente, che nel suo protrarsi a lungo e nel coinvolgere tutti, raggiunge una tensione etica altissima. Dramma che anticipa quello della identità personale che si esprime in forme alte e vivide nell’esordio dell’atto II di Abigaille che senza speranza e senza pace cerca la verità che racchiude. La sua Aria impervia esprime la tragica dualità del personaggio attraverso il furore incontenibile con cui inizia (Su tutti il mio furore/Piombar vedrete!) e la pietà meditativa con cui si conclude - Piangeva all'altrui pianto,/Soffria degli altri al duol./Ah, qual del perduto incanto/ Mi torna un giorno sol?-. Dramma individuale anche il dramma di Nabucco in bilico tra follia sterminatrice e ragione. Recuperata la quale implora ad Abigaille la salvezza della vita del suo cor!, la figlia Fenena, condannata al genocidio come il popolo ebreo. La scena tra i due protagonisti raggiunge lo stesso vigore distruttivo e avvolgente del confronto rabbioso tra due fiere: l’una “miserando veglio! / ombra del Re”, delirante per il dolore della figlia perduta, l’altra impietosa, assetata di vendetta e di sangue tremendamente minacciosa nell’“Alfin cadranno i popoli/di vile schiava al piè”. E’ il grandioso scontro tra due titani avidi di potere, che si scagliano furenti l’un contro l’altro, nella scoperta della propria vera identità. Schiava serbata al disonore Abigaille, Re senza trono e prigioniero, Nabucco. In tale scontro brillano il genio di Verdi e la sua soverchiante capacità di tradurre in musica e tendere allo spasimo con l’orchestra e le voci la complessa psicologia di due giganti.
Al tema della identità individuale svolto nella scena a due, segue il tema della identità pubblica che si esprime con magnificenza e solennità nel coro del Va’ pensiero e nella seguente profezia di Zaccaria, che ai toni imploranti del coro contrappone la violenza verbale e invettiva del Gran Pontefice alla guida spirituale del suo popolo: Del futuro nel buio discerno…/ ecco rotta l’indegna catena!.../ piomba già sulla perfida arena / del leone di Giuda il furor!. In essa vibra già tutta l’energia necessaria alle metamorfosi finali delle idealità nelle realtà. Nabucco si converte e invoca perdono al Dio di Giuda, Dio verace e onnipossente, ma appena liberata Fenena, ardente di fiamma insolita torna il Re dell’Assiria. Di fronte allo scettro ritrovato di Nabucco purificato dalla superbia che lo aveva spinto a proclamarsi Dio, Abigaille s’avvelena e morente invoca dal Dio degli Ebrei il perdono e da Fenena la promessa di non maledirla. E’ l’ultimo canto nei rantoli della morte di una donna condannata a ignorare per sempre la propria identità, misteriosamente racchiusa in lei come da sempre e per sempre in ogni uomo o popolo oppresso.

Nella ripresa al Massimo di Palermo splendono di luce intensa e rara la Abigaille di Amarilli Nizza, veemente nell’amaro sogghigno a Ismaele da lei amato non riamata, tenera nell’ Aria della parte II “Anch'io dischiuso un giorno / Ebbi alla gioia il core”; intensa nella drammaticità dello scontro con il Re, intensa nella implorazione finale del perdono a Fenena “Su me... morente... esanime... /Discenda... il tuo perdono!../ Fenena!...”. Un magistero di canto memorabile per mobilità del fraseggio, vastità della gamma di accenti, perfetta adesione delle tonalità della voce e della gestualità scenica al dettato del libretto.

Roberto Frontali nobile e attento nel canto, appare tuttavia privo della tavolozza di colori vocali necessaria alla esplorazione psicologica di Nabucco. Tremino gli insani del mio furore…/ Vittime tutti cadranno omai! richiede toni cupi, imperiosi e tremendi ben diversi dai toni pacati, tremuli, intimi richiesti dalla intimità della invocazione in ginocchio del perdono: Dio degli Ebrei, perdono! Dio di Giuda! L’ara, il tempio / a te sacro, / sorgeranno… A un siffatto limite vocale si aggiunge una recitazione generosa ma priva di gestualità, presenze sceniche cangianti, necessarie a dare sbalzo a tutto tondo alle rilevanti metamorfosi umane di una figura altalenante tra l’orgoglio superbo di un Re vittorioso e la pietà di un padre prigioniero e folle, di un personaggio ora Assiro ora Ebreo ora di nuovo Re degli Assiri nella continua ricerca della sua identità.
In forma smagliante per duttilità, emissione e autorevolezza scenica Roberto Scandiuzzi, Zaccaria autentico Gran Pontefice degli Ebrei, maestoso e solenne nel canto della profezia che preannuncia la fine della schiavitù degli Ebrei e la distruzione di Babilonia. Il suo cavernoso esordio della profezia assume tutta la potenza della voce divina che sovrastando le vicende e le ambizioni degli uomini, parla dai nembi del cielo per imporre la Sua Sacra Legge. Il suo canto dà tangibilità all’intervento del soprannaturale, incarnato dal fulmine che rende folle il protagonista, mentre il suo ultimo monito, “E Servendo a Jehovah, sarai de' regi il re!...” è cantato con una soavità che rende palpabile la possibile armonia politica del mondo solo nell’ascolto della voce di Dio.
Felice sorpresa la figura di Ismaele del giovanissimo Thiago Arancam, pur se nel Nabucco Verdi è stato per la voce di tenore assai avaro di recitativi, arie o cabalette e Solera ha descritto un personaggio marginale e di lieve appoggio. Sacrificata in una parte assai povera la splendida voce di Anita Rachvelishvili, reduce dai trionfi di Carmen alla Scala. Eppure il suo “Oh, dischiuso è il firmamento! / Al Signore lo spirito anela.. dopo la cupe e lugubre marcia funebre che la precede consegna una memorabile estasi esaltante di lirico rapimento mistico.
A guidare tale cast di alto livello assieme all’orchestra del Massimo c’era Paolo Arrivabeni, al quale va riconosciuto il merito di aver saputo costruire un legame stretto ed eloquente tra la irruenza della musica e la solidità del libretto, tra le colorazioni dell’orchestra, ottoni e strumenti a percussione in particolare, e tutti i personaggi in scena, non escluso il superbo coro diretto con maestria senza eccezioni da Andrea Faidutti. Eccezioni possono essere forse fatti al M° Arrivabeni nei tempi scelti per la Sinfonia. Tempi assai più consoni a una meditazione perpetua, che non al deflagrare di azioni e reazioni frementi di cui è intessuta tutta la partitura.

Ultima considerazione merita assolutamente la regia di Saverio Marconi. Una impalcatura scenica fatta essenzialmente di due componenti mobili: un rotolo immenso tarsiato da caratteri sumeri, simbolo della storia di quel popolo e della Storia universale, e delle gradinate mobili che rappresentano l’interno del tempio o gli orti pensili. Straordinaria l’intuizione dell’emergere del popolo ebreo dalla cappa del rotolo prima di intonare la celebre preghiera. La dolente invocazione “infondere al patire virtù” che in essa vibra, si libera così dalla temporalità degli avvenimenti dell’opera per assurgere a messaggio universale senza luogo né tempo.
Risultati eccellenti senza eccessi di risorse. Merito della direzione artistica e della sovraintendenza del Teatro Massimo che hanno saputo inaugurare la stagione teatrale con una sagace e attraente distribuzione dei ruoli a un cast altissimo in un’ opera immensa, senza nulla togliere al rigore nella gestione delle risorse disponibili. Trionfo meritato e tributato senza riserve.
fm.mirabile@libero.it

mercoledì 27 gennaio 2010

L’uomo venuto dal mare

Il percorso doloroso di una donna
quale emblema di un cammino di redenzione
Con L’uomo venuto dal mare Annunziata Sgura prosegue il racconto iniziato nelle sue Storie di Donne, e illumina di luce livida la opprimente realtà della sua terra di Puglia attorno agli anni Venti del ‘900: realtà gonfia di pregiudizi, di falsi pudori, di miserie nel vivere e nel sentire, di vocazioni riparatrici, di istituti religiosi spesso scuole di malaffare. Realtà di padri padroni, e dottori altolocati che con protervia si accaniscono contro l’innocenza di fanciulle dolci, sognanti, innamorate. Innamorate pur ignorando l’amore e dell’amore le manifestazioni più esaltanti o violente della sessualità.
La storia di Marietta, la protagonista, prende avvio dalla comparsa di quel sangue che Gesù ha trasferito nel suo corpo attraverso una ferita del Suo costato, a ricordo della condanna della donna a dover partorire nel dolore, (cit. pag.18) e si conclude con l’addio al suo mondo d’origine varcando il mare per affrontare la infinita avventura degli oceani. Nella spiegazione che Marietta divenuta donna riceve dalla mamma quale testimone nella staffetta della vita, c’è la dottrina e la misura della consapevolezza del dove abbia origine il dolore secondo Annunziata Sgura. Un dolore che ne L’Uomo venuto dal mare si dilata oltre i confini della Puglia per avvolgere i continenti e divenire universale. Un dolore eterno quanto la vita, del quale si riconosce l’origine ma si ignora il perché. La prima notte d’amore di Marietta con l’uomo che il destino le ha donato, avviene infatti non in una alcova odorosa del pulito delle lenzuola fresche, preparate perché il sacrificio della fine della età casta sia testimoniata dal sangue sul loro bianco candore, ma è vissuta nel giardino di un istituto di suore, innamorati nascosti dai rami, in una alcova inghirlandata dai fiori rossi di croco. Un giardino che rinvia alla dolcezza dell’Eden di Eva e Adamo, in cui la bellezza della notte, il profumo dei fiori, il solenne silenzio della natura, sono i fondali del grande evento della vita, della pienezza del tempo di una donna: la prima volta, il primo sangue sparso per amore. Ma se è lì che Marietta assapora il miele del frutto proibito è di lì che una gravidanza non programmata e non desiderata dà inizio alla parte più impervia del suo calvario. Con un sotteso riferimento al Paradiso Terrestre, la divina foresta spessa e viva che lo sommo ben diede per arra[1] d’etterna pace, la Sgura individua in Eva l’origine del dolore, in Eva colei che per sua difalta lì dimorò poco;/ e che per sua difalta in pianto ed in affanno/ cambiò onesto riso e dolce gioco (Dante Pur. Canto XXVI).

Marietta nata nell’arretratezza di una cittadina pugliese d’inizio ’900, cerca nell’amore di Michel, un uomo venuto dal mare, il riscatto di se stessa e della propria misera condizione. Con Michel marinaio garbato e sensibile, lui stesso figlio di nessuno e alla ricerca della madre con la medesima intensità della ricerca della propria anima, Marietta instaura una relazione intensa, arricchita da una profonda e continua condivisione di idee e di visioni. E Michel diverrà il padre inconsapevole del suo figlio. Ma Michel si perderà nei sottofondi di Buenos Aires alla ricerca della madre che gli parrà di aver trovato tra i relitti umani di una città inumana e pagherà col sangue la breve gioia di averla trovata. Michel era morto per amore, e da quell’amore Marietta trae il coraggio per continuare a vivere per sé e per il suo bambino. Studia, viaggia alla ricerca delle origini del padre del suo bimbo, costantemente travolta dalla violenza della vita e dalla ineluttabilità del dolore sperimentato per essere donna. Tra i due poli di Marietta, creatura che brilla di quella luce affascinante ch’è propria di tutte le anime libere impegnate nella ricerca di una dignità che mai può dirsi compiuta, e di Michel, creatura venuta dal nulla e alla ricerca delle sue origini nella ricerca della madre e teso con dolcezza a costruire il suo futuro nell’amore santo e benedetto di Marietta, si avvicendano innumerevoli altre figure femminili, tutte dilaniate dagli affetti di quel peccato d’origine: madri-bambine costrette a vendere il frutto della colpa, fanciulle assediate dal potere ossessivo di uomini in cerca di giovani fragranze, donne costrette alla vita monastica senza gioia nè vocazione, perché reiette dalla società onorabile per relazioni d’amore inconfessabili o impossibili.

Scorrono così immagini della storia della prima metà del ’900, impregnata di una cultura opprimente della sessualità, che ignorando la naturale pulsione di ogni fanciulla all’amore pieno e consumato senza condanne, le costringe a sotterfugi, inganni, abiure, fughe, aborti. Così la comunità di cui Marietta si circonda negli anni, fatta da uno stuolo di figli legittimi o comprati, di amici e corteggiatori di passaggio, di uomini sposati non per amore ma per opporre barriere apparenti di fatua onorabilità, acquista i connotati di un emblema di sofferenze, di speranze mai sopite e mai realizzate, una sorta di piccole particelle di una umanità travolta nella sua impotenza dal naufragio della vita.
In tale deserto di anime, di macerie vivide Marietta riesce a vivere, si muove con agilità. E nel modo con cui la fa vivere nella tormenta delle vicende del cuore, dei tanti interrogativi posti dalla coscienza religiosa, nella incompiuta battaglia tra libertà da ogni comandamento e rispetto dell’ordine sociale e morale, v’è tutta l’Arte della Fede che Annunziata Sgura riesce trasmettere al lettore affascinato. Nella traiettoria esistenziale di Marietta si colgono i segni della rivelazione redentiva. Rivelazione che è divenire, accrescimento, percorso di maturazione affidato alle donne. Le quali a partire dalla centralità di Maria, “vergine madre”, di speranza fontana vivace, e ricordando che furono donne le prime a conoscere la Resurrezione di Cristo, assurgono alla somma dignità a loro riconosciuta nella “Mulieris dignitatem” da Giovanni Paolo II, attraverso il riconoscimento della loro sensibile intelligenza e conoscenza di leggere e interpretare il quotidiano e il tempo disteso dell’esistenza.

Annunziata Sgura viene dalla Puglia e nella sua scrittura si avverte il ritmo fluente del mare che s’increspa e si acquieta. Una scrittura diretta, corporale perché vibra di tutte le impressioni di quella intelligenza dei sensi fisici pronta a cogliere ogni sfumatura, ogni trasformazione dentro quel compagno che è il corpo. Parla della sessualità, dell’amore fisico in modo libero, diretto, arioso, profondo mai volgare o gratuito. Nella tessitura del suo racconto colpisce la netta presenza della fisicità, della squillante bellezza e necessità dell’amore, stupisce la sua capacità non di descrivere ma di entrare nell’intimo di una situazione erotica svelandone la dolcezza, i trasalimenti, gli abbandoni. Gli occhi del libro sono quelli di una narratrice che si confonde con il suo personaggio, così che i passaggi dalla prima alla terza persona sono fluidi, senza alcuno stacco. I tempi dei verbi scorrono, a volte saltando in modo netto da un capitolo all’altro ma senza cesure, quasi a battere il tempo interiore ritmato dalla volontà di Marietta di comprendere tutto quello che le accade intorno senza farsene dominare. Sono le ore, gli anni, sono i tempi della propria storia. Lei, diventata ragazza madre nel giardino di un istituto di suore, ripudiata della famiglia gretta nella vigorosa difesa del proprio onore, resta in una comunità di figli naturali e acquisiti, di amiche che si perdono e si ritrovano, dove i personaggi crescono secondo la necessità del loro percorso interiore, senza vincoli od obblighi di sorta. Comunità che è luogo segnato dai ritmi delle stagioni, dalla presenza del mare, dalla vita che vi si svolge dentro e che appare scandalosa ad occhi estranei. Un libro cinematografico dunque fatto d’immagini che restano impresse per la loro vivacità e ricchezza, ma sopratutto per la capacità della Autrice di descriverle e farle vedere allo sguardo interiore. E’ un groviglio di sensazioni, di entusiasmi e umiliazioni, di estasi amorose e iniqui eventi, di dolori e gioie inaspettate, quello che attraversa la vita di Marietta e della sua comunità. Gioie vissute con totale dedizione perché danno ragione alla lucidità del pensiero che Marietta coltiva come sola possibilità di riscatto. Gioie vissute con lacrime che sgorgano da un cuore con le ali, al canto dei gabbiani, per volare verso il golfo mistico dell’amore. Quelle gioie che nascono dalla necessità e dalla bellezza che spingono a vivere. A tutti i costi.
[1] Arra, contrazione di caparra, anticipo.

mercoledì 25 novembre 2009

La Puglia di Annunziata Sgura

STORIE di DONNE

Dolente percorso nei luoghi della coscienza dove si consumano le lotte interiori della donna tra pregiudizi e aneliti di riscatto

Annunziata Sgura già affermata poetessa, e poetessa fino ai più intimi anfratti della ispirazione spirituale, abbandona la poesia in versi per consegnarci una poesia in prosa. Una transizione voluta per dare vita e luminescenza poetica alle tante storie della sua terra, necessitanti di un racconto compiuto, sequenziale, in cui i personaggi nascono, studiano, si incontrano, si innamorano, si amano, si tradiscono, si abbandonano, partono, muoiono. Storie di donne e dei loro calvari più idonee a una narrazione in prosa che non in versi. Eppure la intima natura di poetessa non l’abbandona in quest’opera, ritornando assai di frequente poesie autentiche nello stile delle meditazioni in versi: “Voglio volar lontano/almeno sulla luna/incendiarmi di luce/e cercare i nidi dell’anima, /all’unisono con la natura che cantava l’alleluja dell’estate”, e soprattutto in una prosa nuova. Una prosa che tralasciando il racconto di fatti, di frequente si sofferma sulla descrizione di paesaggi, di meditazioni, e scende nell’erebo dell’Io a raccogliere la poesia della vita. E quando il racconto di eventi e accadimenti riprende, la prosa è scattante, fatta di periodi brevi a sbalzo, o periodi più lunghi ma in una successione di aggettivazioni che hanno la stessa intrinseca forza di versi: “I cafoni di sudore, il rito della semina, il grano che scendeva, il solco come culla, la spiga che saliva a catturare il sole, la falce a tagliar la messe, la madia imbiancata e la massaia vestale a profumare il forno e a consacrare il pane.
E’ con questi strumenti di poesia che la Sgura illumina di luce implacabile la realtà ancestrale della sua terra di Puglia, realtà gonfia di pregiudizi, di falsi pudori, di miserie materiali e spirituali, di moralismi bigotti di chi facendosi scudo della chiesa calpesta il vangelo e gli insegnamenti dell’amore. Quella terra di Puglia abbracciata dalla parola nell’incanto descrittivo di terra tatuata dall’impronta di Federico, superba di cattedrali, scolpita a tacco da mano invisibili, lambita da acque di zaffiri, che l’accarezzano nelle sinuosità delle coste, come se la terra e il mare, qui, divenissero amanti. Nella sontuosità di tanta poesia in prosa, dai lidi del sogno e dai luoghi della memoria riaffiorarono intatte sensazioni e immagini per divenire storie autentiche, sofferte, di donne irretite nella implacabilità dei loro destini. Destini diversi, amari, tuttavia accomunati dalla stessa insopprimibile vocazione verso l’amore e la maternità: perché tutte le donne sono madri, anche quelle che non hanno mai avuto un bimbo attaccato al seno. Così il destino di Cietta divenuta pazza di dolore per il tragico destino della figlia lacerata dal suo fattore nell’alcova del sopruso e della violenza e di un bimbo venduto per coprire lo scandalo, si associa al destino della piccola Rosa, la quale devastata nelle gambe da un incendio domestico, si vede negare il diritto all’amore e alla vita con la condanna alla clausura, l’unico tristo rifugio alle ragazze non più maritabili. Condanna iniqua, generatrice di intime confessioni e di turpitudini consumate tra monache loro malgrado, accomunate da un destino di povertà e miseria e dal rossore delle loro gote vergini. Nel racconto della storia di Rosa la Sgura raggiunge vertici di dolente poesia nel racconto che contrappone la solenne e iniqua liturgia della tonsura dei capelli e della vestizione, con la drammaticità del peccato consumato nella prigione delle grate all’insegna di una santità falsa e sguaiata.
Storie di donne è uno scrigno di storia dell’umanità femminile nella sua inesausta tensione verso il riscatto, uno scrigno denso di pietà ma lucido nella speranza. Si è quasi devoti di fronte a un affresco ricco delle infinite tonalità cangianti con cui l’Autrice conduce il lettore attraverso paesi e paesaggi incantati della terra di Puglia: poveri deschi di poveri e lussuose tavolate di blasonati, oscuri tuguri e soleggiate residenze, aie e aiuole, piccolezze e pettegolezzi di paese, odori e profumi, costumi e riti religiosi, vecchi dipinti a masticare pipa e ricordi, transumananze di fanciulle ingaggiate per la raccolta di olive o sui campi da arare o nelle vigne da vendemmiare. In tale maestoso disegno si legge la costante sollecitazione alla meditazione degli eroici sforzi di ogni protagonista nello spasimo struggente di riscatto da schiavitù ataviche. Opera di sovrana bellezza: una bellezza non mendace, illusoria, superficiale e abbagliante fino allo stordimento, una bellezza che nel racconto delle tante debolezze della carne non sfocia nella oscenità e che nella trasgressione fugge nell’irrazionale o nel mero estetismo. Ma una bellezza che schiude il cuore del lettore alla nostalgia, al desiderio profondo di andare verso l’Altro e verso l’Oltre. Un desiderio tradotto in vivida speranza nell’estrema, lirica dolcezza con cui nel finale è descritto il pianto di Diletta al ricordo di Daniele, suo amore impossibile perché suo ignoto fratello: “ma dopo il pianto venne la luce, finalmente fuori dalla notte. Fuori dal pozzo in cui un giorno era caduta anche sua madre e sua nonna e la sua bisnonna e tutte le donne dalla creazione in poi. Finalmente Daniele poteva volare alto nel cielo degli angeli”. Un finale solenne e maestoso come una cattedrale, col quale la speranza si lega indissolubilmente alla bellezza e la trasfigura nella visione e nell’attesa dell’Eterno.

venerdì 20 novembre 2009

Il POTERE e la GRAZIA

Affascinante mostra a Palazzo Venezia

Illuminante e stupendo percorso iconografico tra potere politico e potere della santità

Una mostra per tutti, credenti e non credenti che sentono il fascino della storia dei rapporti tra Cesare e Dio, Impero e Cristianesimo, tra Stato e Chiesa, nella raffigurazione narrativa di Maestri sommi. Opere immortali di Mantegna, Tiziano, Caravaggio, Tiepolo, Van Eyck , Memmling, Altdorfer, Lorenzetti, Beccafumi, Luca Giordano, Guido Reni e pezzi non facilmente visibili, come il “San Nicola arcivescovo di Mira” proveniente dal museo Tret’jakov di Mosca, sono esposti con cura e analisi storica e stilistica da lasciare i visitatori assorbiti in rarefatte atmosfere meditative. Ma al di là della sommità degli autori e della qualità delle opere, la mostra è affascinante nella sua intenzione di ripercorrere sentieri di fede ignorati e trasmettere certezze non accolte da tutti. La prima delle quali è la secolare matrice cristiana dell’Europa che urge evocare oggi mentre si discute del futuro del Vecchio Continente, nella sua illusione di poter divenire se non il centro della storia, come fu nel suo medioevo imperiale, ancora una fonte di valori e ispirazione con cui confrontarsi. Una autorevolissima introduzione al catalogo esplicitamente deplora la “tecnocrazia” attuale, senza memoria e senza identità, che con quel passato glorioso e fecondo vorrebbe rompere, ritenendolo retaggio oscurantista e origine di tutti i conflitti tra Stato e Chiesa. Il significato della mostra invece è quello di esaltare il felice incontro tra le due immense risorse di pensiero e di azione, possibile e avallato dai tanti santi protettori disseminati su tutte le nazioni d’Europa. Si legge poi nella mostra l’intento di provare la grande varietà di tipologie della santità. Ai tanti cui esse appaiono uguali, omologabili una all’altra, si testimonia la intima diversità dell’essere santi: santi mitici, ipostasi di esigenze spirituali, da san Sebastiano a san Giorgio e san Martino, Patrone dei poveri, assimilati forse agli eroi o agli dei dell’antichità; santi divenuti tali per la loro umana e concreta opera, da san Francesco a santa Caterina da Siena a san Luigi dei Francesi; figure come Cirillo e Metodio, giganti del pensiero pur prescindendo dalla loro santità. Visitando e rivisitando tanta affascinante tipologia si è spinti a chiedersi che senso abbia o possa avere oggi la santità. La mostra accuratamente presenta opere dell’Ottocento simbolista, raffigurazioni di una santità che appare però nascere da una esigenza estetica, leggendosi in esse echi decadenti poco consoni ad una autentica religiosità. E allora la constatazione amara è che forse da allora la santità è un calice vuoto, cui nessuno pensa di abbeverarvi l’ispirazione. Se la mostra fosse stata sul rapporto tra arte e fede si sarebbero potuti ammirare Manzù, Fazzini, o il famoso crocifisso di Dalì: nessuno dei quali però, come altri che avrebbero potuto esprimere il proprio ingegno, ha trattato il tema della santità e della sua incidenza nelle vicende del mondo. Sarebbe legittimo osare affermare che l’arte moderna rifugge dal concetto stesso di santità, sente anzi l’ipotesi della epifania, dell’apparizione del santo fonte di disturbo, inconciliabile con la manifestazione artistica e il suo linguaggio. E’ l’effetto della laicizzazione di una società che non riserva né posto né funzione alla figura del santo, se non in una forma di devozione populista inadeguata ad esprimere paradigmi universali, quali furono le opere di san Francesco, di Santa Caterina da Siena o di san Luigi dei Francesi.
Leggendo invece gli scritti e la vita dei Santi ci si rende conto di quanto la storia d’Europa debba al cristianesimo. In ogni senso. I santi non furono solo uomini di Dio, di preghiera, di carità. Sono stati, in ogni tempo e in ogni paese, anche grandi civilizzatori; “umanisti” ben più straordinari dei filologi della età rinascimentale; personaggi storicamente ben più influenti di Alessandro Magno, di Cesare, di Napoleone. Amorevolmente ignorando la infermità mentale dei giudici di Strasburgo, non può non constatarsi che nella storia europea non v’è quasi nulla di significativo, di duraturo, che non sia sorto all’ombra della croce: l’arte, le cattedrali, le scuole, gli ospedali d’Europa. L’idea di eguaglianza, di dignità umana, hanno origine e fondamento lì, in quell’uomo-Dio appeso a un legno, segno di speranza, di vittoria sulla morte e sul peccato, testimonianza della Misericordia di Dio. Segno e testimonianza che hanno generato imitatori potenti, colpito uomini straordinari, ispirato santi che sarebbe giusto non relegare solo nel circuito degli studi teologici.

venerdì 13 novembre 2009

di Fabrizio Bancale

TEATRO LO SPAZIO
OMBRE di GUERRA
Tragica e disperata meditazione sulla eterna condanna dell’uomo

“La Guerra ci sarà sempre, anche quando non ci saranno più nemici, perché allora i nemici si troveranno in casa”.
“Gli uomini fanno le guerre per celebrare i propri eroi: i morti, i reduci, gli invalidi, gli orfani”.

Sono alcune delle riflessioni di Fabrizio Bancale sulla eterna, ineludibile condanna dell’uomo che è la Guerra. La Guerra come nel racconto poetico della caduta di Troia, o nella narrazione documentata e tragica della Guerra tra Atene e Sparta nel Peloponneso, la guerra nelle infinite forme registrate dalla Storia. La guerra condanna inesorabile dell’uomo perché espressione della sua stessa sostanza, effetto e causa del mistero della iniquità che lo pervade ineluttabilmente. La guerra fredda nella sua durezza, sempre con effetti funesti ai quali non sfugge né colui che la usa, né colui che la soffre. La guerra che colpisce l’anima la cui umiliazione non è né mascherata né avvolta di pietà e che non offre all’ammirazione nessun essere ferito dalla degradazione della sventura. Il pensiero della giustizia non illumina la tragedia e mai interviene. E seppure il sentimento della miseria umana è una condizione della giustizia e dell’amore sotto l’imperio della guerra non è possibile né amare né essere giusti. Chi ignora fino a qual punto la volubile fortuna e la necessità tengono ogni anima umana alla loro mercé, non può considerare suoi simili né amare come se stesso quelli che la guerra con un abisso ha separato da lui. Sventura sovrana, la Guerra, ad esprimere la quale nessuna definizione potrà apparire adeguata.
L’Autore ha la forza d’animo di proporre allo spettatore di non mentire a se stesso; riuscendo così a toccare un alto grado di lucidità, di purezza e di semplicità. L’uomo non protetto dalla corazza della menzogna, non può patire la guerra senza esserne colpito fino all’anima. Gli uomini ritroveranno il genio epico quando sapranno credere che nulla essendo al riparo dalla morte, arriveranno a non invocare mai la guerra, a non odiare i nemici e a non disprezzare gli sventurati. Ma è dubbio che ciò sia prossimo ad accadere.
Sul tema di tali tremende verità si snoda il racconto di due giovani fratelli, vittime della guerra. Un racconto che descrive con un crescendo di rapimenti onirici una stupenda parabola. La quale partendo dalla storia di due eventi bellici, la morte temuta ma non provata della loro madre e la esecuzione di Dragan fratello di un soldato, si eleva alla meditazione alta e solenne della cosmica tragedia di tutte le guerre, di tutte le mutilazioni fisiche e affettive che esse generano, alla sconsolata meditazione della follia devastante dei popoli che le combattono, della privazione della innocenza degli uomini che esse producono. Ogni dopoguerra infatti segna per tutti la fine dell’età dell’innocenza. Da tale tragica esperienza se ne esce sempre con un cumulo di macerie e di fantasmi che collocano lo spirito in una dimensione spettrale. In quella dimensione nella quale realtà e sogno si mescolano, ricordi e ebbrezze trascorse divengono visioni consolatrici, e l’immagine del tempo passato diviene risorsa ristoratrice che dissipa la paura, ridà vita ai caduti, speranza ai dispersi e splendore al paesaggio innevato. Dopo tale elevazione verso la cosmica tragicità della guerra, l’opera di Bancale descrive la parabola discendente verso il dolore individuale, tangibile, sordo, del soldato che nella guerra ha perduto un fratello, giustiziato sotto i suoi occhi. Fratello del quale con ossessione ritorna a ripercorrere il cammino dell’odio che lo ha ucciso, dell’addio con nelle pupille l’istante vivido e nitido in cui il cranio è crivellato e degli spruzzi di sostanza cerebrale esplodono per tracciare forse per sempre le mura di un servizio pubblico.
Tutto lo spazio scenico immaginato da Maddalena Marciano, e le luci che lo attraversano di Marco Ponticiello , tutti gli effetti audio di Italo Todde che echeggiano in esso, non hanno alcun riferimento ad alcun tempo, ad alcuna stagione, ad alcun paese. La Guerra non ha né volto, né tempo, né collocazione geografica. La Guerra è da sempre e per sempre. Di tutti e per tutti. La Guerra è la condanna inesorabile e definitiva del peccato d’origine. Sirene, scoppi di granate, macabre luci di incendi trasmettono l’angosciante sensazione di essere immersi vittime sacrificali nella immane, inutile strage della guerra. Angosciosa diventa in tale atmosfera la storia tutta individuale e intima del giovane soldato cui la guerra non ha donato un eroe ma sottratto un fratello lacerato nel cranio. Angosciosa e agghiacciante nella straordinaria interpretazione che di quel ricordo ne fa David Paryla.
La totale adesione del gesto scenico alla parola, le cangianti sfumature della voce modulata secondo l’intensità del racconto e del ricordo, la complessa ma completa gestualità con cui dà vita al giovane soldato orfano del fratello, l’adagio di alcuni movimenti seguiti da altri più rapidi e scattanti, rinviano alle somme armonie dei Tempi di un Concerto. Forse non a caso è con il finale energico del Concerto per violino di Brahms che cala il sipario. Di fronte alla bravura indiscussa dei suoi compagni di scena, la interpretazione di Paryla raggiunge vertici di insolita grandezza.
Lo avevamo visto e ritenuto grande già ne La Locandiera, in Romeo e Giulietta, in Amleto, nel Sogno di una notte di mezza estate, ne La Dodicesima Notte. Protagonista in opere somme e immortali David Paryla aveva provato doti naturali di mimica, di dominio totale dei mezzi espressivi, di controllo saggio del respiro, di straordinarie modulazioni nella vocalità sì da annunciare l’arrivo sui palcoscenici di Roma di una figura nuova, avvincente e versatile. Una autentica stella nel firmamento del teatro di prosa, così ricco di stelle apparenti e mediatiche, così povero di stelle luminose splendenti di luce propria.

Roma, novembre 2009