mercoledì 25 novembre 2009

La Puglia di Annunziata Sgura

STORIE di DONNE

Dolente percorso nei luoghi della coscienza dove si consumano le lotte interiori della donna tra pregiudizi e aneliti di riscatto

Annunziata Sgura già affermata poetessa, e poetessa fino ai più intimi anfratti della ispirazione spirituale, abbandona la poesia in versi per consegnarci una poesia in prosa. Una transizione voluta per dare vita e luminescenza poetica alle tante storie della sua terra, necessitanti di un racconto compiuto, sequenziale, in cui i personaggi nascono, studiano, si incontrano, si innamorano, si amano, si tradiscono, si abbandonano, partono, muoiono. Storie di donne e dei loro calvari più idonee a una narrazione in prosa che non in versi. Eppure la intima natura di poetessa non l’abbandona in quest’opera, ritornando assai di frequente poesie autentiche nello stile delle meditazioni in versi: “Voglio volar lontano/almeno sulla luna/incendiarmi di luce/e cercare i nidi dell’anima, /all’unisono con la natura che cantava l’alleluja dell’estate”, e soprattutto in una prosa nuova. Una prosa che tralasciando il racconto di fatti, di frequente si sofferma sulla descrizione di paesaggi, di meditazioni, e scende nell’erebo dell’Io a raccogliere la poesia della vita. E quando il racconto di eventi e accadimenti riprende, la prosa è scattante, fatta di periodi brevi a sbalzo, o periodi più lunghi ma in una successione di aggettivazioni che hanno la stessa intrinseca forza di versi: “I cafoni di sudore, il rito della semina, il grano che scendeva, il solco come culla, la spiga che saliva a catturare il sole, la falce a tagliar la messe, la madia imbiancata e la massaia vestale a profumare il forno e a consacrare il pane.
E’ con questi strumenti di poesia che la Sgura illumina di luce implacabile la realtà ancestrale della sua terra di Puglia, realtà gonfia di pregiudizi, di falsi pudori, di miserie materiali e spirituali, di moralismi bigotti di chi facendosi scudo della chiesa calpesta il vangelo e gli insegnamenti dell’amore. Quella terra di Puglia abbracciata dalla parola nell’incanto descrittivo di terra tatuata dall’impronta di Federico, superba di cattedrali, scolpita a tacco da mano invisibili, lambita da acque di zaffiri, che l’accarezzano nelle sinuosità delle coste, come se la terra e il mare, qui, divenissero amanti. Nella sontuosità di tanta poesia in prosa, dai lidi del sogno e dai luoghi della memoria riaffiorarono intatte sensazioni e immagini per divenire storie autentiche, sofferte, di donne irretite nella implacabilità dei loro destini. Destini diversi, amari, tuttavia accomunati dalla stessa insopprimibile vocazione verso l’amore e la maternità: perché tutte le donne sono madri, anche quelle che non hanno mai avuto un bimbo attaccato al seno. Così il destino di Cietta divenuta pazza di dolore per il tragico destino della figlia lacerata dal suo fattore nell’alcova del sopruso e della violenza e di un bimbo venduto per coprire lo scandalo, si associa al destino della piccola Rosa, la quale devastata nelle gambe da un incendio domestico, si vede negare il diritto all’amore e alla vita con la condanna alla clausura, l’unico tristo rifugio alle ragazze non più maritabili. Condanna iniqua, generatrice di intime confessioni e di turpitudini consumate tra monache loro malgrado, accomunate da un destino di povertà e miseria e dal rossore delle loro gote vergini. Nel racconto della storia di Rosa la Sgura raggiunge vertici di dolente poesia nel racconto che contrappone la solenne e iniqua liturgia della tonsura dei capelli e della vestizione, con la drammaticità del peccato consumato nella prigione delle grate all’insegna di una santità falsa e sguaiata.
Storie di donne è uno scrigno di storia dell’umanità femminile nella sua inesausta tensione verso il riscatto, uno scrigno denso di pietà ma lucido nella speranza. Si è quasi devoti di fronte a un affresco ricco delle infinite tonalità cangianti con cui l’Autrice conduce il lettore attraverso paesi e paesaggi incantati della terra di Puglia: poveri deschi di poveri e lussuose tavolate di blasonati, oscuri tuguri e soleggiate residenze, aie e aiuole, piccolezze e pettegolezzi di paese, odori e profumi, costumi e riti religiosi, vecchi dipinti a masticare pipa e ricordi, transumananze di fanciulle ingaggiate per la raccolta di olive o sui campi da arare o nelle vigne da vendemmiare. In tale maestoso disegno si legge la costante sollecitazione alla meditazione degli eroici sforzi di ogni protagonista nello spasimo struggente di riscatto da schiavitù ataviche. Opera di sovrana bellezza: una bellezza non mendace, illusoria, superficiale e abbagliante fino allo stordimento, una bellezza che nel racconto delle tante debolezze della carne non sfocia nella oscenità e che nella trasgressione fugge nell’irrazionale o nel mero estetismo. Ma una bellezza che schiude il cuore del lettore alla nostalgia, al desiderio profondo di andare verso l’Altro e verso l’Oltre. Un desiderio tradotto in vivida speranza nell’estrema, lirica dolcezza con cui nel finale è descritto il pianto di Diletta al ricordo di Daniele, suo amore impossibile perché suo ignoto fratello: “ma dopo il pianto venne la luce, finalmente fuori dalla notte. Fuori dal pozzo in cui un giorno era caduta anche sua madre e sua nonna e la sua bisnonna e tutte le donne dalla creazione in poi. Finalmente Daniele poteva volare alto nel cielo degli angeli”. Un finale solenne e maestoso come una cattedrale, col quale la speranza si lega indissolubilmente alla bellezza e la trasfigura nella visione e nell’attesa dell’Eterno.

venerdì 20 novembre 2009

Il POTERE e la GRAZIA

Affascinante mostra a Palazzo Venezia

Illuminante e stupendo percorso iconografico tra potere politico e potere della santità

Una mostra per tutti, credenti e non credenti che sentono il fascino della storia dei rapporti tra Cesare e Dio, Impero e Cristianesimo, tra Stato e Chiesa, nella raffigurazione narrativa di Maestri sommi. Opere immortali di Mantegna, Tiziano, Caravaggio, Tiepolo, Van Eyck , Memmling, Altdorfer, Lorenzetti, Beccafumi, Luca Giordano, Guido Reni e pezzi non facilmente visibili, come il “San Nicola arcivescovo di Mira” proveniente dal museo Tret’jakov di Mosca, sono esposti con cura e analisi storica e stilistica da lasciare i visitatori assorbiti in rarefatte atmosfere meditative. Ma al di là della sommità degli autori e della qualità delle opere, la mostra è affascinante nella sua intenzione di ripercorrere sentieri di fede ignorati e trasmettere certezze non accolte da tutti. La prima delle quali è la secolare matrice cristiana dell’Europa che urge evocare oggi mentre si discute del futuro del Vecchio Continente, nella sua illusione di poter divenire se non il centro della storia, come fu nel suo medioevo imperiale, ancora una fonte di valori e ispirazione con cui confrontarsi. Una autorevolissima introduzione al catalogo esplicitamente deplora la “tecnocrazia” attuale, senza memoria e senza identità, che con quel passato glorioso e fecondo vorrebbe rompere, ritenendolo retaggio oscurantista e origine di tutti i conflitti tra Stato e Chiesa. Il significato della mostra invece è quello di esaltare il felice incontro tra le due immense risorse di pensiero e di azione, possibile e avallato dai tanti santi protettori disseminati su tutte le nazioni d’Europa. Si legge poi nella mostra l’intento di provare la grande varietà di tipologie della santità. Ai tanti cui esse appaiono uguali, omologabili una all’altra, si testimonia la intima diversità dell’essere santi: santi mitici, ipostasi di esigenze spirituali, da san Sebastiano a san Giorgio e san Martino, Patrone dei poveri, assimilati forse agli eroi o agli dei dell’antichità; santi divenuti tali per la loro umana e concreta opera, da san Francesco a santa Caterina da Siena a san Luigi dei Francesi; figure come Cirillo e Metodio, giganti del pensiero pur prescindendo dalla loro santità. Visitando e rivisitando tanta affascinante tipologia si è spinti a chiedersi che senso abbia o possa avere oggi la santità. La mostra accuratamente presenta opere dell’Ottocento simbolista, raffigurazioni di una santità che appare però nascere da una esigenza estetica, leggendosi in esse echi decadenti poco consoni ad una autentica religiosità. E allora la constatazione amara è che forse da allora la santità è un calice vuoto, cui nessuno pensa di abbeverarvi l’ispirazione. Se la mostra fosse stata sul rapporto tra arte e fede si sarebbero potuti ammirare Manzù, Fazzini, o il famoso crocifisso di Dalì: nessuno dei quali però, come altri che avrebbero potuto esprimere il proprio ingegno, ha trattato il tema della santità e della sua incidenza nelle vicende del mondo. Sarebbe legittimo osare affermare che l’arte moderna rifugge dal concetto stesso di santità, sente anzi l’ipotesi della epifania, dell’apparizione del santo fonte di disturbo, inconciliabile con la manifestazione artistica e il suo linguaggio. E’ l’effetto della laicizzazione di una società che non riserva né posto né funzione alla figura del santo, se non in una forma di devozione populista inadeguata ad esprimere paradigmi universali, quali furono le opere di san Francesco, di Santa Caterina da Siena o di san Luigi dei Francesi.
Leggendo invece gli scritti e la vita dei Santi ci si rende conto di quanto la storia d’Europa debba al cristianesimo. In ogni senso. I santi non furono solo uomini di Dio, di preghiera, di carità. Sono stati, in ogni tempo e in ogni paese, anche grandi civilizzatori; “umanisti” ben più straordinari dei filologi della età rinascimentale; personaggi storicamente ben più influenti di Alessandro Magno, di Cesare, di Napoleone. Amorevolmente ignorando la infermità mentale dei giudici di Strasburgo, non può non constatarsi che nella storia europea non v’è quasi nulla di significativo, di duraturo, che non sia sorto all’ombra della croce: l’arte, le cattedrali, le scuole, gli ospedali d’Europa. L’idea di eguaglianza, di dignità umana, hanno origine e fondamento lì, in quell’uomo-Dio appeso a un legno, segno di speranza, di vittoria sulla morte e sul peccato, testimonianza della Misericordia di Dio. Segno e testimonianza che hanno generato imitatori potenti, colpito uomini straordinari, ispirato santi che sarebbe giusto non relegare solo nel circuito degli studi teologici.

venerdì 13 novembre 2009

di Fabrizio Bancale

TEATRO LO SPAZIO
OMBRE di GUERRA
Tragica e disperata meditazione sulla eterna condanna dell’uomo

“La Guerra ci sarà sempre, anche quando non ci saranno più nemici, perché allora i nemici si troveranno in casa”.
“Gli uomini fanno le guerre per celebrare i propri eroi: i morti, i reduci, gli invalidi, gli orfani”.

Sono alcune delle riflessioni di Fabrizio Bancale sulla eterna, ineludibile condanna dell’uomo che è la Guerra. La Guerra come nel racconto poetico della caduta di Troia, o nella narrazione documentata e tragica della Guerra tra Atene e Sparta nel Peloponneso, la guerra nelle infinite forme registrate dalla Storia. La guerra condanna inesorabile dell’uomo perché espressione della sua stessa sostanza, effetto e causa del mistero della iniquità che lo pervade ineluttabilmente. La guerra fredda nella sua durezza, sempre con effetti funesti ai quali non sfugge né colui che la usa, né colui che la soffre. La guerra che colpisce l’anima la cui umiliazione non è né mascherata né avvolta di pietà e che non offre all’ammirazione nessun essere ferito dalla degradazione della sventura. Il pensiero della giustizia non illumina la tragedia e mai interviene. E seppure il sentimento della miseria umana è una condizione della giustizia e dell’amore sotto l’imperio della guerra non è possibile né amare né essere giusti. Chi ignora fino a qual punto la volubile fortuna e la necessità tengono ogni anima umana alla loro mercé, non può considerare suoi simili né amare come se stesso quelli che la guerra con un abisso ha separato da lui. Sventura sovrana, la Guerra, ad esprimere la quale nessuna definizione potrà apparire adeguata.
L’Autore ha la forza d’animo di proporre allo spettatore di non mentire a se stesso; riuscendo così a toccare un alto grado di lucidità, di purezza e di semplicità. L’uomo non protetto dalla corazza della menzogna, non può patire la guerra senza esserne colpito fino all’anima. Gli uomini ritroveranno il genio epico quando sapranno credere che nulla essendo al riparo dalla morte, arriveranno a non invocare mai la guerra, a non odiare i nemici e a non disprezzare gli sventurati. Ma è dubbio che ciò sia prossimo ad accadere.
Sul tema di tali tremende verità si snoda il racconto di due giovani fratelli, vittime della guerra. Un racconto che descrive con un crescendo di rapimenti onirici una stupenda parabola. La quale partendo dalla storia di due eventi bellici, la morte temuta ma non provata della loro madre e la esecuzione di Dragan fratello di un soldato, si eleva alla meditazione alta e solenne della cosmica tragedia di tutte le guerre, di tutte le mutilazioni fisiche e affettive che esse generano, alla sconsolata meditazione della follia devastante dei popoli che le combattono, della privazione della innocenza degli uomini che esse producono. Ogni dopoguerra infatti segna per tutti la fine dell’età dell’innocenza. Da tale tragica esperienza se ne esce sempre con un cumulo di macerie e di fantasmi che collocano lo spirito in una dimensione spettrale. In quella dimensione nella quale realtà e sogno si mescolano, ricordi e ebbrezze trascorse divengono visioni consolatrici, e l’immagine del tempo passato diviene risorsa ristoratrice che dissipa la paura, ridà vita ai caduti, speranza ai dispersi e splendore al paesaggio innevato. Dopo tale elevazione verso la cosmica tragicità della guerra, l’opera di Bancale descrive la parabola discendente verso il dolore individuale, tangibile, sordo, del soldato che nella guerra ha perduto un fratello, giustiziato sotto i suoi occhi. Fratello del quale con ossessione ritorna a ripercorrere il cammino dell’odio che lo ha ucciso, dell’addio con nelle pupille l’istante vivido e nitido in cui il cranio è crivellato e degli spruzzi di sostanza cerebrale esplodono per tracciare forse per sempre le mura di un servizio pubblico.
Tutto lo spazio scenico immaginato da Maddalena Marciano, e le luci che lo attraversano di Marco Ponticiello , tutti gli effetti audio di Italo Todde che echeggiano in esso, non hanno alcun riferimento ad alcun tempo, ad alcuna stagione, ad alcun paese. La Guerra non ha né volto, né tempo, né collocazione geografica. La Guerra è da sempre e per sempre. Di tutti e per tutti. La Guerra è la condanna inesorabile e definitiva del peccato d’origine. Sirene, scoppi di granate, macabre luci di incendi trasmettono l’angosciante sensazione di essere immersi vittime sacrificali nella immane, inutile strage della guerra. Angosciosa diventa in tale atmosfera la storia tutta individuale e intima del giovane soldato cui la guerra non ha donato un eroe ma sottratto un fratello lacerato nel cranio. Angosciosa e agghiacciante nella straordinaria interpretazione che di quel ricordo ne fa David Paryla.
La totale adesione del gesto scenico alla parola, le cangianti sfumature della voce modulata secondo l’intensità del racconto e del ricordo, la complessa ma completa gestualità con cui dà vita al giovane soldato orfano del fratello, l’adagio di alcuni movimenti seguiti da altri più rapidi e scattanti, rinviano alle somme armonie dei Tempi di un Concerto. Forse non a caso è con il finale energico del Concerto per violino di Brahms che cala il sipario. Di fronte alla bravura indiscussa dei suoi compagni di scena, la interpretazione di Paryla raggiunge vertici di insolita grandezza.
Lo avevamo visto e ritenuto grande già ne La Locandiera, in Romeo e Giulietta, in Amleto, nel Sogno di una notte di mezza estate, ne La Dodicesima Notte. Protagonista in opere somme e immortali David Paryla aveva provato doti naturali di mimica, di dominio totale dei mezzi espressivi, di controllo saggio del respiro, di straordinarie modulazioni nella vocalità sì da annunciare l’arrivo sui palcoscenici di Roma di una figura nuova, avvincente e versatile. Una autentica stella nel firmamento del teatro di prosa, così ricco di stelle apparenti e mediatiche, così povero di stelle luminose splendenti di luce propria.

Roma, novembre 2009

lunedì 19 ottobre 2009

La Santa sulla scopa

Teatro Ghione
Amara e sorridente riflessione sugli eterni dilemmi delle donne

La storia delle donne è la storia del loro sangue, è la storia di coscienze e delle loro lotte interiori, e soprattutto è la storia di una utopia. Così la narrazione di Luigi Magni dell’incontro di una presunta strega e di una suora malgrado se stessa, si snoda come un viaggio verso la culla delle pulsioni profonde. E’ la narrazione di una avventura dell’anima, intessuta di luci e ombre, di cielo e terra, di estasi e pulsioni erotiche, avvolta da atmosfere che sanno ora di incanto e malia ora di incredulità e dolore. Magni esprime al meglio la propria visione della dimensione della salvezza, rifugge da ogni retorica e da ogni infingimento. E riesce così a rappresentare la realtà, dura e scabrosa, in tutta la sua nudità, velata sempre dal fascino del sogno che la riscatta e la redime. Gli stati d’animo delle protagoniste, in un gioco sottile che affascina i sensi e soggioga l’emozione, si incontrano e si confrontano, si intrecciano e si sciolgono, si infiammano e si placano, dipingendo uno stupefatto affresco dalle infinite sfaccettature della donna.

Le quali ricondotte alla loro eterna essenza rinviano o a una sola aspirazione, inoppugnabile e fatale: la maternità e l’ansia di realizzarla attraverso l’atto di concepimento o a una sola condanna: la sua negazione e con essa la rinuncia imposta allo stesso atto. Non v’è nella storia delle donne nulla che nella loro ottica non riconduca a tale aspirazione, e nulla che nella visione degli uomini non le destini a tale missione e compito. La maternità. La quale in quanto procreazione è stata sempre considerata dalla Chiesa attivo contributo alla creazione, mentre la sua negazione e la destinazione al chiostro delle fanciulle da sempre è stata considerata la scelta risolutiva per lasciare intatte le sostanze ai primogeniti maschi.

Tale verità sperimentata è ripresa magistralmente da Magni con una rigorosa ambientazione temporale, geografica e stagionale. E’ il tempo della Controriforma, il tempo più buio forse della Storia della Chiesa durante il quale i Demoni e le loro pompe, risorse soprannaturali, erano invocati come attori diretti del male degli uomini e dei loro peccati. Nella seconda metà del ‘500 dunque e nella notte più magica e tenebrosa dell’anno, quella di San Giovanni Battista a cavallo del solstizio d’estate. Notte nella quale si credeva che il cielo della città eterna, centro della Cristianità e Capitale del Potere temporale della Chiesa, si popolasse di spiriti maligni e presenze demoniache e che le streghe si radunassero per innalzarsi in volo alla volta di un sabba plenario: l'incontro tra di esse e Satana; notte di profanazione e delitti, di omicidi e attività malefiche, di licenziosità e atti sacrileghi, atti tutti di devozione e fedeltà al demonio che in cambio concedeva loro poteri magici, mostruosi ed eccezionali. Quei poteri per i quali al succedere di disgrazie, le streghe accusate di averle provocate erano condannate al rogo. Tale insano viaggio verso il demonio poteva venire interrotto dal suono di campane se questo avvenisse casualmente al passaggio delle streghe. Una forma superstiziosa e bigotta per inserire nella leggenda della stregoneria anche il potere benefico e purificatore della religione e delle sue forme esteriori: lo stormire delle campane.
Nel pieno della Controriforma e con sullo sfondo la cornice di questa notte oscuramente magica, Magni ambienta la storia di una umanità viva, la storia dell’incontro di due donne che assurgono a simboli della primigenia complessa essenza di ogni donna: in apparenza strega o monaca, condannata a morte oppure santa, in realtà ciascuna nostalgica di un mondo intravisto nelle visioni chiesastiche o nelle fantasie di fanciulle ma mai goduto. Così Apollonia, la Suora Santa, ingabbiata nella sua tonaca, plagiata al punto di farle credere che il suo vero amore fosse solo quello per Cristo, avverte la violenza di una scelta di vita forzata e sperimenta sulla sua pelle frustrazioni e rinunce e soprattutto la mancanza dell’amore, del tepore di una mano fredda che riscalda il cuore, la mancanza di un uomo. Mancanza che rende la vita dietro le grate insopportabile, vuota e senza speranza di una maternità. Al racconto falso ma verosimile dei rapporti di concubina del diavolo della strega Silvestra, avverte i turbamenti dell’attrazione fisica, scopre le emozioni di promesse struggenti e colma il suo disperato bisogno di amore con fugace rapporto saffico. E immagina di dare vita alla vita in un sogno paranoico in cui Silvestra la asseconda. Ma alla luce non dà un bimbo, dal suo grembo esce solo una pupattola di stracci mortificanti, che tuttavia lei con trasporto d’amore accarezza e culla, mentre Silvestra risponde alla chiamata della Morte. Impreparata. Come tutti, come sempre.
Il testo teatrale di Luigi Magni, magistralmente dà vivacità e dinamicità al racconto, sollecita la meditazione su alcune delle tematiche esistenziali più intime e profonde, coniugando con sapienza il divertimento con la riflessione amara, il sorriso con la commozione, la realtà con il sogno, il falso puttanesimo di Silvestra con il falso monachesimo di Suor Apollonia.

Sandra Collodel, è attrice di consolidate esperienze teatrali e tuttavia ancora in possesso di una stupefacente freschezza recitativa, nella dizione, nel gesto scenico, nelle modulazioni della voce. Notevolissimi i suoi passaggi con la voce cavernosa del demonio, seppure sottesi da una fonia registrata. La evoluzione di Suor Apollonia da suo primo incontro con Silvestra fino alla immaginaria ninna nanna al suo bimbo, acquista nella sua interpretazione e nella dominante tonalità del nero la tragica luminosità del quadro di Goya: La Sabba delle streghe. Struggente il suo finale nell’ombra di un palcoscenico che chiude la sua finzione, ravvolta sul cumulo di stracci che culla come suo bimbo.

Franca D’Amato, attrice o doppiatrice di navigata esperienza nel ruolo di Silvestra, ricca di flessioni fonetiche nel copioso lessico romanesco di Magni e di capacità di interpretazione con una tavolozza di gesti sempre aderenti al testo, dà voce e verità scenica a una strega sognante e realistica, a tratti volgare ma intimamente pura e virginea, costante maestra di vita di Suor Apollonia, ingenua, nostalgica e esistenzialmente afflitta dalla mancanza di amore. Anche lei particolarmente struggente nel suo finale accostarsi alla Morte, con un addio alla vita che appare come liberatorio dalla schiavitù dell’esser nata.

Due atti che fluiscono rapidi e impetuosi, grazie anche alla regia impeccabile di Massimiliano Giovanetti, che affascina il pubblico e lo cattura con una sequenza di emozioni altalenanti ma sempre coinvolgenti.

Uno spettacolo di Grande Teatro, per il quale non si sarà mai abbastanza grati al Teatro Ghione, alla cui sapienza nessuna lode sarà mai abbastanza adeguata.

sabato 15 agosto 2009

Il fare è sterile senza il sapere, il sapere è sterile senza la carità

“Caritas in Veritate”

La dimensione sociale del mercato: né dono, né rapina
La “Caritas in Veritate” non è un trattato di economia, ma un documento teologico - pastorale che coerente con la Tradizione della Dottrina Sociale della Chiesa intende individuare la dinamica dello sviluppo umano stupendamente definito da Paolo VI nella sua Populorum Progressio (1967), i suoi limiti, “le sue distorsioni e attuali drammatici problemi” (n.21) e proporre soluzioni alla luce della “carità nella verità, (….) principale forza propulsiva per il vero sviluppo di ogni persona e dell'umanità intera” (n.1). Le sue argomentazioni si collocano nel punto di incontro tra le scienze sociali e l’antropologia cristiana avendo ancora, e sulla scia della Centesimus annus di Giovanni Paolo II, come riferimenti “il mercato, lo Stato e la società civile” (n.38).
Pur riconoscendo la parzialità della scelta e la limitatezza della riflessione, la lettura del documento avvincente e complesso si sofferma qui solo sull’analisi del concetto di mercato.
L’enciclica, nel sottolineare come “senza forme interne di solidarietà e di fiducia reciproca il mercato non può pienamente espletare la propria funzione economica (n.35)”, indica una chiara visione di cosa debba essere una “economia sociale di mercato”. Delinea un sistema economico assai lontano da logiche dirigistiche e statalistiche, incentrato invece sul libero scambio e su una concezione del mercato che, riconoscendo la propria fallibilità, si apre alla solidarietà, alla fiducia “alla gratuità come espressione di fraternità” (n.34). Un mercato infatti concepito in chiave meramente produttivistica e utilitaristica e nel quale la persona non è considerata nella sua integrità, col tempo si manifesta come uno strumento rapace, capace di assicurare solo uno sviluppo consumistico e materialistico. Al contrario, in una economia sociale di mercato, che assume la cultura delle regole come dimensione di civiltà, l’uomo con la sua azione, la sua creatività e la sua capacità di innovare viene posto al centro dei processi attraverso cui essa si realizza, fino a divenirne il fine. Perché questo avvenga però, il mercato non basta a se stesso. Esso necessita di un’etica, “di comprensione unitaria e di una nuova sintesi umanistica” (n.21), esso necessita di ordinamenti giuridici, di sistemi di controllo sociale extragiuridici; necessita di un sistema di interventi pubblici capace di perseguire efficacemente gli interessi civili dei singoli. Di strumenti cioè i quali operando all’interno del sistema economico possano intervenire in chiave sussidiaria al fine di rendere fluidi e trasparenti gli ingranaggi del libero mercato. Per esso occorre infatti che da un lato siano accresciute la fiducia e la correttezza tra gli operatori e sia garantita la coesione sociale, dall’altro che sia scongiurato il rischio che nella trama delle relazioni di scambio l’uomo venga ridotto a mero contraente e venga defraudato del valore intrinseco che gli è proprio indipendentemente da ciò che egli è in grado di scambiare.
I prodotti finanziario-assicurativi elargiti per distribuire il più possibile i rischi derivanti dall’erogazione del credito, la delocalizzazione industriale concepita non come strumento di solidarietà ma come sfruttamento a fini produttivi di manodopera a basso costo, le politiche pubbliche di incentivazione ai consumi delle famiglie (si consideri la sciagurata vicenda dei mutui subprime) finalizzate all’aumento del PIL anche in condizioni di assenza di crescita demografica, la perversa concorrenza al ribasso tra ordinamenti giuridici in ambito sovranazionale specie in materia di diritti sociali, le politiche di deregolamentazione in settori sensibili come la finanza e il credito, l’assenza nel diritto globale dell’economia di un soddisfacente equilibrio tra valori economici e valori non economici, agevolano l’uso di strumenti distruttivi del mercato e producono le degenerazioni di un’economia lontana e del tutto disancorata dalla gioiosa logica del dono, che è invece immanente nell’economia sociale auspicata da Benedetto XVI. Così tutti quanti sono chiamati e posti nelle condizioni di riflettere sulle possibilità di elaborare una strategia per uscire dalla attuale crisi economica con una prospettiva parzialmente diversa rispetto a quella con cui si è soliti analizzarla. Benedetto invita ad abbandonare quella concezione che vorrebbe l’economia affrancata dalla morale e che nega l’utilità della politica, delle istituzioni e delle regole per il corretto funzionamento del mercato. Riconosce certo che nell’esperienza degli Stati nazionali, quando ancora i confini dello Stato e quelli del mercato coincidevano, non sempre la politica ha dato prova di saper governare l’economia senza lasciarsi inquinare dalla tentazione dirigistica. In modo analogo, non sempre le regole sono state in grado di promuovere la libertà economica, assicurando un’efficace tutela degli interessi pubblici. Ma quando le caratteristiche dell’economia post industriale e la globalizzazione hanno sancito la inadeguatezza di questo modello, si è venuta a creare una situazione di ingovernabilità del sistema economico e di eccessiva conflittualità intersoggettiva. Situazione solo in parte riconducibile alla frammentazione dei pubblici poteri il cui intervento si basa sempre più su meccanismi e procedure non democratiche e avulse dal circuito della rappresentanza politica. In tale mutato contesto, l’affermazione di un sistema di valori spiccatamente egoistico e l’insufficienza a promuovere il corretto funzionamento del mercato dei tradizionali strumenti giuridico-istituzionali, tra i quali la finanza pubblica e la disciplina dei mercati finanziari, hanno permesso che nel mercato globale si facesse largo una visione economicistica dell’esistenza. Visione dalla quale è scaturita una dissacrante confusione tra il fine che è la persona e i mezzi che sono l’economia. Perciò, se da un punto di vista culturale e antropologico occorre soffermarsi sulla necessità di rinnovare il “contratto sociale” (n.37) su cui si fonda il capitalismo, da un punto di vista giuridico-istituzionale occorre avviare una riflessione su quali possano essere i mezzi attraverso cui nonostante la globalizzazione e la persistente frammentarietà degli ordinamenti giuridici, si possa assicurare al mercato l’esercizio della virtù della “giustizia commutativa non disgiunta da una giusta dose di giustizia distributiva” (n.35), senza la quale la prima non può essere esercitata. Si tratta, dunque, dell’affascinante tema della governance dell’economia globale e del problematico rapporto tra politica, diritto e mercato. E’ in questa rarefatta atmosfera concettuale, oltre che pastorale, che emerge un’affermazione di grande valore propositivo: “Non si tratta solo di correggere delle disfunzioni mediante l’assistenza. I poveri non sono da considerare un fardello, bensì una risorsa anche dal punto di vista strettamente economico” (n.35). In queste riflessioni sono presenti tutti i temi affrontati da Giovanni Paolo II nelle encicliche “Sollicitudo rei socialis” (1987) e “Centesimus annus” (1991). Argomenti che spinsero alcuni commentatori dell’epoca a parlare di un capitalismo a piedi scalzi che ricorda il “capitalismo popolare” di Luigi Sturzo.
La soluzione individuata in conformità con la dottrina del defunto pontefice non può che essere l’attuazione “dei principi di sussidiarietà e solidarietà”(n.57). Giovanni Paolo II provò la complementarietà dei due principi, provando come fosse impossibile concepire la sussidiarietà prescindendo da una comprensione altrettanto profonda della solidarietà e quindi della giustizia sociale. E’ questo il tema trattato nel paragrafo 35 in merito alla complementarietà del mercato rispetto ad altre dimensioni della vita sociale. Scrive Benedetto: “Il mercato, se c’è fiducia reciproca e generalizzata, è l’istituzione economica che permette l’incontro tra le persone, in quanto operatori economici che utilizzano il contratto come regola dei loro rapporti e che scambiano beni e servizi tra loro fungibili, per soddisfare i loro bisogni e desideri. Il mercato è soggetto ai principi della cosiddetta giustizia commutativa, che regola appunto i rapporti del dare e del ricevere tra soggetti paritetici” (n.35). Il mercato dunque viene presentato come la più alta forma di collaborazione tra persone che non condividono necessariamente gli stessi fini. Esso si fonda sul principio contrattualistico della reciprocità. Esso ovviamente non è né dono né rapina, ben sapendosi che la vita degli uomini non si risolve nel mercato. Relegare tuttavia il mercato alla sola “equivalenza di valore dei beni scambiati, non riesce a produrre quella coesione sociale di cui pure ha bisogno per ben funzionare”. “Senza forme interne di solidarietà e di fiducia reciproca, il mercato non può pienamente espletare la propria funzione economica.” (n.35).
La “soluzione personalista-relazionale” proposta da Benedetto XVI, il tema dell’esercizio della giustizia commutativa non disgiunto ma nella pratica associato alla virtù della giustizia distributiva incontra allora il principio di solidarietà sul terreno del principio di sussidiarietà e ne dà compimento. A tale compimento si oppongono tuttavia ostacoli che occorre rimuovere. Il mercato per Benedetto XVI vive e prospera in forza di virtù come l’onestà, la fiducia, la simpatia, ma non è in grado di crearle da solo; e, se pur dovesse crearle, lo farebbe grazie alla misura in cui i soggetti che vi operano scelgono di vivere secondo virtù e così facendo, pur senza averne l’intenzione, finiscono per agevolare i meccanismi del corpo sociale. Scrive infatti Benedetto XVI: “E’ interesse del mercato promuovere emancipazione, ma per farlo veramente non può contare solo su se stesso, perché non è in grado di produrre da sé ciò che va oltre le sue possibilità. Esso deve attingere energie morali da altri soggetti, che sono capaci di generarle” (n.35).
Benedetto XVI sembra ripetere che non esiste il “mercato allo stato puro” (n.36); e che è sterile soffermarsi sugli stili economici. Il mercato è un sistema relazionale, la cui dimensione “civile” è data dalla capacità dei regolatori di individuare con metodo cooperativo, partecipativo e democratico le procedure che consentano a chi in esso opera la condivisione delle medesime regole. Per il rispetto di tali regole è condizione necessaria, sebbene nella logica antropologica espressa dalla dottrina sociale della Chiesa non ancora sufficiente, predisporre un sistema di istituzioni nazionali e sovranazionali che ne salvaguardi la certezza e la trasparenza operativa, avendo a cuore l’ampliamento dei margini di libertà integrale degli operatori. Ampliamento che è il presupposto indispensabile per ogni forma di sviluppo.
In definitiva, la critica di Benedetto ai sistemi economici non si comprende al di fuori del dato antropologico “che il primo capitale da salvaguardare e valorizzare è l’uomo, la persona nella sua integrità” (n. 25), e dell’implicito rifiuto dell’assunto secondo il quale l’uomo è libero se è libero dall’idea di Dio. Quello antropologico è il vero problema della filosofia cristiana contemporanea e della dottrina sociale, anche se troppi interpreti lo sottovalutano, riducendo così gli insegnamenti della Chiesa a mere visioni sociologiche ad uso di particolari visioni politiche, non di rado estranee alle intenzioni de magistero ecclesiale. Scrive Benedetto VI: “Un Cristianesimo di carità senza verità può venire facilmente scambiato per una riserva di buoni sentimenti, utili per la convivenza sociale, ma marginali” (n. 4). Appare con chiarezza che oggetto della critica al paradigma economico dominante non siano la proprietà privata, il mercato o il perseguimento del profitto, che Benedetto XVI, in sintonia con il suo predecessore invece analizza e ridefinisce, quanto la loro riduzione a fattori puramente materialistici. Le attività economiche invece, al pari di qualsiasi altra dimensione dell’agire umano, non si realizzano mai in un vuoto morale o in un mondo virtuale, ma all’interno di un ben definito contesto culturale, le cui matrici possono anche essere misconosciute e disprezzate. Ma quando un sistema sociale nega il valore trascendente della persona umana in ambito politico, economico e culturale si rivela da se stesso come disumano, e merita di essere criticato: “Non può avere solide basi una società che […] si contraddice radicalmente accettando e tollerando le più diverse forme di disistima e violazione della vita umana, soprattutto se debole ed emarginata” (n. 15). In tale prospettiva, una sana e salubre economia di mercato è sempre limitata da un ordine giuridico che la regola e da istituzioni morali, come ad esempio la famiglia e la pluralità dei corpi intermedi, che interagiscono con essa, la influenzano e ne vengono influenzate.
L’ormai irreversibile crisi degli Stati nazionali, la frammentazione dei pubblici poteri, il nuovo rapporto tra società e diritto, la sussistenza di un articolato insieme di norme e di regole, le contestuali intersezioni fra diversi ordinamenti giuridici nazionali e sovranazionali carenti di qualsiasi forma di regolamentazione, devono spingere i Governanti verso il rafforzamento anche politico di una costituzione giuridico-istituzionale del mercato globale, favorendo il bilanciamento fra la libertà dello stesso e i valori extra economici il cui rispetto è essenziale per uno sviluppo equilibrato degli scambi e delle regolazioni in ambito sovranazionale. Nell’impossibilità di immaginare la creazione di un stato globale, una soluzione possibile e forse più efficace sarebbe quella di dar vita a una vera e propria costituzione economica globale capace di imporre poche e semplici regole a presidio degli interessi generali e del mercato stesso e di impedire che la concorrenza tra ordinamenti dia luogo a una corsa al ribasso, causa prima dello stravolgimento di ogni e qualsiasi valore e tutela della persona. In questo nuovo contesto giuridico- istituzionale gli Stati nazionali e, per quanto ci attiene, l’Europa sarebbero chiamati a intervenire, attraverso gli strumenti a propria disposizione, in chiave sussidiaria e conforme al mercato con l’unico fine di assicurare quella tutela della dimensione integrale della persona che ottusamente è mancata nelle economie chiuse come in quelle globalizzate.
fm.mirabile@virgilio.it

venerdì 31 luglio 2009

CALLE GOYA

TERME di CARACALLA
Carmen

Superba messa in scena del capolavoro di Bizet
Mettere in scena la Carmen, una storia d’amore e morte, che tocca i vertici più alti della drammaticità, è operazione assai complessa. L’opera è un tsunami di musica trascinante e avvincente che attraversa villaggi, paesaggi soleggiati, gole montagnose appena illuminate dalla luce dell’alba, atmosfere di festa e quotidianità scontate, uomini e donne nelle abitudini e nei sentimenti più alti e più protervi, più miti e più ribelli. E in tale attraversamento porta con sé tutto in un fluire continuo di melodie, ricco di colore nei motivi pittoreschi e folkloristici, nelle danze popolari e nelle canzoni, traboccante di impeto, di ardore, di contrasto fra le esotiche danze zingaresche e l’incalzare drammatico dell’azione. Per descrivere tale universo animato e non, Bizet si avvale di una tavolozza di colori orchestrali stupefacente, già impiegata nel fastoso preludio per introdurre i temi fondamentali dell’opera: la corrida ”la “fête du courage, la fête des gens de coeur”, il torero “celui qui vien terminer tout” celui qui frappe le dernier coup!, e quello tragico del destino della protagonista annunciato da clarinetto, fagotto e corno sul tremulo acuto degli archi.
A tale uragano di musica, la direzione del M° Karel Mark Chichon dà un nitore, una luminosità, una eloquenza rarissime, tuttavia aderenti alla stupenda tessitura fonica del libretto, ricchissimo di rime alternate, esterne e interne, di versi liberi con oscillazioni continue tra misure canoniche e vistose ipermetrie. Rime coinvolte nel gioco delle ripetizioni che avvalendosi degli effetti fonici e delle parole tronche a fine strofa, conferiscono al testo e alla azione scenica una valenza ossessiva e perfino allucinante: “c’est toi?”/ c’est moi. “…laisse-moi / te sauver../, et me sauver avec toi”. “Je sais bien que tu me tueras, / (…)Non, non, non, je ne te céderai pas”.

La Carmen di Elina Garança, soprano lettone dalla voce calda, pastosa e possente, è civettuola, seducente e prorompente in tutta la sua carica erotica nella voluttuosa habanera del primo atto, dalla sensualità fiammeggiante nella danza con le nacchere della séguedille, funerea nell’Aria delle Carte, apparentemente spavalda ma umanamente atterrita, eroina delle tragedie classiche, nell’epilogo finale. Il suo “Tiens” nella scena ultima, non è la frase lunga, aggressiva o spregiativa solitamente cantata, ma una nota quasi sussurrata a testimonianza di una resa con terrore paralizzante alla ineluttabilità del destino. Così la Garança consegna alla storia delle interpretazioni di Caracalla una Carmen memorabile, una Carmen che è fuoco, elemento di calore e di distruzione, sovvertitrice dell’ordine precostituito con il disordine delle passioni, gitana inebriata dalla libertà: Comme c’est beau la vie errante / pour pays l’univers, … / et sourtout la chose enivrante, / la liberté! La liberté! “Libre elle est nèe et libre elle mourra”; ma atterrita e paralizzata nella imminenza della morte.
Walter Borin in possesso di uno strumento vocale non esuberante, risente le non poche difficoltà della partitura e nello sforzo di essere vocalmente credibile, perde l’orientamento nella adesione al canto della parola e della gestualità. Il suo Don José è appena abbozzato. Difficile leggere attraverso il suo canto e la sua recitazione la tragica progressione che dal personaggio del primo atto tutto legge e amore filiale “Ma mére, je la vois..”, nostalgico del suo paese ”doux souvenirs du pays!...vous remplissez mon coeur / de force et de courage” lo porta alla disfatta, all’epilogo violento e risolutivo. L’Aria del Fiore, la più esaltante aria per tenore dell’intera opera, stupenda descrizione del dilemma lacerante di Don José tra il maudire (maledire), détester Carmen e le seul désir, le seul espoir di rivederla, aria di vellutata dolcezza e delicato lirismo, è resa senza afflato, senza adesione del canto alla lacerata introspezione con cui il soldato prende coscienza della propria inadeguatezza a vivere un’esistenza separata da Carmen e di essere ormai in suo totale possesso: une sole chose di lei. Anche nella scena ultima, la voce e la recitazione forse risentono di un affaticamento psicologico prima che fisico. Così nell’incalzante duetto con Carmen, il dialogo che in rapida successione dalle effusioni liriche dell’esordio dopo il gelido e sprezzante rifiuto della gitana porta all’annientamento di entrambi, perde tutta la sua potenza distruttiva e priva l’atto ultimo della pugnalata omicida di tutta la sua universale eloquenza.
Dario Solari non possiede acuti potenti e luminosi, ma il suo intonare a freddo e a pieni polmoni la celeberrima Chanson del Toreador è maestoso e virile, arrogante e narcisico, compiaciuto del suo ruolo di prima stella dell'Arena, del coraggio che la sua arte comporta, esaltato dalla certezza che mentre combatte un paio d'occhi neri lo osserva e alla fine della corrida l'attende l’alcova. La autocoscienza di Escamillo di possedere notorietà e prestigio si riflette correttamente nella ironia e nella supponenza con cui risponde a Don Josè nell’unico duetto in cui si scontrano i due rivali. Dall’incedere aristocratico e fiero, nel pieno della sua lussureggiante tenuta da torero, quando giunge all’arena di Siviglia colma di luci e di colori, è festosamente accolto dalla folla di spettatori che riprendendo il suo stesso tema lo salutano inaspettatamente come aimable alcade, amabile giustiziere. Vanitoso, seduttore, le sue dichiarazioni d’amore a Carmen prima del combattimento, sottolineano compiutamente la fatuità del personaggio, e tuttavia la sua straordinaria forza di attrazione. Un Escamillo dunque dal fisico e dalla voce idonei alla non eccelsa statura drammatica e musicale che Bizet gli assegna, ma dalle elevate capacità di seduzione e presenza scenica.
Ermonela Jaho, ha voce e capacità di recitazione assai adatte a creare il personaggio di Micaela. La dolcezza del suo lirismo profuso con dovizia di mezzi e una tecnica di emissioni stupefacente, descrivono un personaggio che dalla marginalità solita si eleva alla esemplarità di emozioni e sentimenti universali: il candore e la purezza di spirito a fronte della cruda passionalità di Carmen, la soavità discreta nel dichiarare il suo amore, sentimento sacro e intimo, l’abbandono sereno alla protezione di Dio di fronte agli artifizi maligni del demone della bellezza ostentata e offerta senza reticenze: “Toute seule j’ai peur, mais …./Vous me donnerez du courage/, Vous me protégerez, Seigneur”. In tale incantevole melodia la Jaho dà prova di una padronanza del lirismo e del legato e di una agilità nell’ascendere con voce eterea senza esitazioni o forzature verso le altezze dell’acuto finale. Una tra le aree più commoventi e convincenti della rappresentazione di Roma, che riabilita la convenzionalità e marginalità con cui di solito è descritto il personaggio di Micaela. La sua elevazione, tra il silenzio e la maestosità delle montagne, in una pagina di rarefatta contemplazione trasmette allo spettatore il bisogno di un lavacro purificatore e il senso di quella pace che solo la dea Luna fa regnar in cielo.
Un cast dunque non certamente stellare, ma che a ragione ogni teatro lirico sarebbe orgoglioso di avere a disposizione.
Se la parte musicale e recitativa ha le tante luci e le poche ombre descritte, diverso e senza ombre è la parte visiva curata dal regista Renzo Giacchieri. Tutta la poetica di Carmen, della corrida come festa del coraggio, della mitologica lotta dell’uomo contro il toro, esemplificazione dell’eterna lotta contro l’iniquità del Male, rende la caratterizzazione spagnola della musica non accessorio coloristico, ma parte integrante e necessaria. La Spagna creata da Bizet è il luogo della psicologia umana, il luogo della passionalità e dell’istinto, dei conflitti primari e primordiali: Amore e Odio, Libertà e Leggi, Maschio e Femmina, Ordine e Brigantaggio. Ed è in questi dualismi, in questa duplice connotazione dell’ambiente e del clima dell’azione, e dell’analisi psicologica dei personaggi che va ricercata l’universalità dell’opera di Bizet e dei due caratteri di Don José e di Carmen. Con i costumi delle sigaraie, dei gendarmi, dei briganti o del popolo festoso all’arrivo del torero e del corteo di trombettieri, quadriglie e alguazils –arbitri della corrida-, con i colori pieni e lussureggianti della Andalusia assolata, con la ricchezza delle movenze brillanti ed esotiche ispirate al folklore spagnolo, Giaccheri crea uno sfondo ai personaggi di incomparabile e superba bellezza. Alla somma armonia della musica, alla musicalità della metrica del libretto, Giaccheri aggiunge una fastosità di costumi, movimenti, danze, colori e luci che da sola farebbe già spettacolo.

Una messa in scena dunque indimenticabile, che onora il Teatro dell’Opera, che esalta i suoi Maestri d’orchestra, in particolare i fiati e gli ottoni, la sua Direzione Artistica e le sue maestranze dietro le quinte. Uno spettacolo che al pubblico in gran parte non italiano, offre la possibilità di rimuovere pregiudizi e incrostazioni livide sugli italiani e la loro capacità di offrire cultura e cultura di livello. Dopo l'ascolto di tale rappresentazione non si può non affermare con Nietzsche che Ascoltando la Carmen si diviene noi stessi un capolavoro.

sabato 25 luglio 2009

55° FESTIVAL PUCCINI 2009

TURANDOT

Il Mistero della tensione eroica verso la Verità

Le difficoltà di una messa in scena e di una interpretazione vocale e musicale di quella luminosa meraviglia che è la Turandot, sono legate non solo alla impervia partitura dell’opera, ma alla necessità di sviluppare secondo le intenzioni del librettista Simoni un’opera capace di dare credibilità umana seppure nella cornice di una fiaba a un dramma dell’esistenza eterno e misterioso: la ricerca della Verità, intima, individuale, indefinita. E’ la forza che spinge ciascuno a tentare l’impossibile pur di poter scoprire il mistero racchiuso in sè, pur consapevole della probabile sconfitta e della conseguente morte certa. E’ la forza dirompente che tutti spinge verso l’ardito tentativo di superare se stessi e indovinare impossibili enigmi. E’ la tragedia immanente dell’uomo che lascia i suoi affetti, le sue certezze, il suo mondo per inseguire la Verità, la divina bellezza, il sogno, la meraviglia come Turandot viene descritta dal Principe Ignoto. E’ la legge dell’Essere nel mondo degli spiriti immortali, di quanti sono capaci di “sciogliere enigmi”. “Popolo di Pekino, la legge è questa”: chi “di sangue regio”, chi nobile di spirito e di intelligenza, intende avere come pura sposa Turandot, deve sciogliere degli enigmi. E’ la legge del destino che premia con il possesso della Verità chi non teme di affrontarla. Solo in pochi sono capaci di lasciare la saggezza popolare, le consuetudini consolidate del mondo senza avversità e senza sfide, gli affetti, l’amore domestico, la pietà del vecchio padre per dedicarsi a tale somma sfida della quale l’alternativa alla sconfitta è la morte. Da tale assai probabile destino il popolo cerca distogliere l’ardente Principe “Pazzo, la porta è questa della gran beccheria” . “Qui tutti i cimiteri sono occupati”. Si esprime così la coscienza del fallimento cosmico come vissuto e sofferto dai poveri di spirito arresi di fronte all’ardire sovrumano di uno Straniero che chiede soltanto di scoprire la Verità e il mistero di se stesso. Uno Straniero che non arretra di fronte al dolore e alla solitudine del vecchio genitore che lo interroga : “Figlio, che fai?” “Ti perdi?”, “Vuoi morire così?” e al quale con coraggiosa rassegnazione risponde: “Questa è la vita, padre!” “Vincere padre, gloriosamente nella sua bellezza!” Uno Straniero che rinuncia all’amore dolcissimo e terreno di Liù, e che al suo richiamo: “Signore, ascolta, Deh, ascolta, Liù non regge più” risponde: Nessuno più io ascolto, io vedo il suo fulgido volto! La vedo. Mi chiama! Essa è là. La Verità. “Forza umana non c’è che mi trattenga. Io seguo la mia sorte”. Non è la Morte tremendamente ostentata da teschi e orrendi attrezzi di tortura a scoraggiare il Principe, ma è la Vita dal fulgido volto, ad attrarlo. La Vita che è Verità dell’Essere maestosamente ma gelidamente e crudelmente simboleggiata da Turandot: “No la vita. Ogni fibra dell’anima ha una voce che grida:Turandot.” In tale primo atto c’è la quasi totalità della Turandot. Come una parabola evangelica, la cornice fiabesca è pregna di un significato altissimo e quasi religioso. Puccini già prossimo alla fine avvertiva oltre i canoni estetici dell’opera, il senso del mistero che lui stesso racchiudeva, interrogava la coscienza, regina abissale, ignota, dalla quale trarre tutto quello che serve per decidere che cosa sia l’azione e cosa siano l’inazione e la rassegnazione. Turandot fiaba dunque, parabola, che come altri miti della mitologia rievoca e racconta il folle volo del Principe, verso l’ignoto, come l’Ulisse di Dante.Tale impeto sacrale del Principe dai toni cupi e solenni, assai lontani dalla leggiadra leggerezza della fiaba di Carlo Gozzi, tale atmosfera da tragedia, pregna di incognite nella inesorabile conflittualità di un uomo solo contro un popolo che lo scoraggia e affetti cari che lo implorano di desistere, si impongono evidenti dalle prime note e dall’intreccio di melodie, di esotismo e drammaticità con il quale l’autore apre il primo atto. E tale conflittuale vicenda si snoda lungo tutto l’arco del primo atto fino alla sequenza finale, nella quale la musica esplode in un avvolgente concertato dando sostanza musicale alle emozioni, alle paure e agli sgomenti di tutti i personaggi. Personaggi atterriti e soggiogati dalla follia “furente” ma incompresa del Principe che fedele al suo intimo richiamo suona il gong e dichiara apertamente di voler sfidare la sorte, non temendo ma invocando Turandot, Turandot, Turandot. Dopo la chiara impostazione del tema nel primo atto, gli atti successivi danno sostanza e poesia al tema posto. Nella tremenda aria di Turandot “In questa reggia or son mill’anni e mille,..” c’è la spiegazione della sua apparente crudeltà. Del suo gelo. Con essa Turandot rinvia alla memoria dei secoli e del tempo “il grido disperato di una ava dolce e serena, che regnava in gioia pura” il grido che attraversando “stirpe e stirpe” si rifugiò nella sua anima. Una crudeltà dunque non legata a una offesa subita, ma a un bisogno di riscatto da un peccato originale, senza il quale lei, la Verità sarebbe accessibile. E gli stessi enigmi sono coerenti con tale visione. Gli enigmi posti sono: -La speranza, “che tutto il mondo invoca, tutto il mondo implora, che sparisce, svanisce, dispiega le ali sulla nera infinita umanità, ma che ogni notte rinasce nei cuori". La Speranza, una delle virtù più alte, definita da Dante attesa sicura della gloria futura, incontro con l’Eterno, incontro con la Verità. E poi il sangue: fiamma, come febbre di impeto e di ardore che l’inerzia tuttavia tramuta in languore. Senza tale febbre di impeto e di ardore, nello sfinimento del languore non v’è vittoria, ma il “viver come bruti”. E infine Turandot stessa, la Verità ambita, "candida e oscura", la quale è gelo che però dà fuoco e dal fuoco prende più gelo. La Verità che innamora, ma che si allontana quanto più appare essere carpita. E il Principe pur sciogliendo gli enigmi, ne è tenuto lontano perché la Verità è sacra: “Tua figlia è sacra” e non può essere donata “come schiava morente di vergogna”. Alle soglie della Verità perseguita contro le sollecitazioni del popolo e contro l’amore devoto del padre e l’amore dolce della schiava Liù espresso col gesto semplice e spontaneo di un sorriso; alle soglie della Verità ma da essa respinto il Principe in un ultimo disperato approccio propone che il suo nome sia scoperto e pronunciato prima dell’alba. E’ la metamorfosi fondamentale dell’opera. Colui che cerca la Verità, pare averla raggiunta e si trova ancora respinto, accetta quale ultima sfida per possederla che il mistero racchiuso in lui sia svelato. Invoca il tramonto delle stelle e attende l’alba quale nuova stagione dell’essere, quale esordio di una nuova era. E’ l’ultimo scontro tra due mondi: l’anima calda del Principe e il corpo gelido della Principessa, la passione dell’uno e la ragione dell’altra, il mistero di dentro e il potere di fuori, il reale e l’irreale; il privato e il pubblico, il soggetto e l’oggetto. In tale conflitto perenne e irrisolvibile, appare una figura candida, ultima nella gerarchia della società, schiava e ignorata, che tuttavia per una trasmigrazione di conoscenza che è la magia della poesia, è la sola depositaria del mistero racchiuso nel Principe. Non v’è alcun momento nel quale si possa cogliere la fonte della conoscenza di Liù. Il sorriso del Principe “in un lontano giorno” appare circostanza assai poco probabile a trasmettere la verità di una identità. Tuttavia Liù predice a Turandot l’amore tenero e terreno come il suo, testimonianza di una umanizzazione della Verità gelida e fonte di lutti. Con la morte di Liù e le sue esequie sottolineate da uno struggente assolo dell’ottavino, quale ultimo lunghissimo respiro verso l’ultima dimora, l’incanto dell’opera pucciniana si conclude. Puccini è morto. A fronte della potenza innovativa del primo atto, la tensione si smorza, le idee melodiche sono terminate. A fronte di tanta dovizia di melodie sostenute da un testo ricco di armonie stilistiche e di simbolismi, il finale di Franco Alfano è lento, incerto, inevitabilmente banale, improbabile tentativo di riempire un vuoto ormai incolmabile per concludere la vicenda del Principe Ignoto e della Principessa di gelo con il rituale lieto fine. La morte della dolce Liù non costituisce solo l'epilogo della produzione pucciniana, ma soprattutto il capitolo finale di quel genere melodramma, dominato da quell'inscindibile connubio musica e libretto di cui il Maestro lucchese fu l'ultimo e forse il più grande e geniale esponente.
Di tanta stupefacente bellezza non c’è traccia nella messa in scena a Torre del Lago. La scontata e passiva regia di Maurizio Scaparro attestata sulla staticità dei personaggi e del coro, si riscatta assai per poco nella luce accecante con cui fa il suo ingresso Turandot. La Verità che non si lascia vedere per la potenza della luce che irradia. Del tutto marginale e non meritevole di menzione la sciatta orchestrazione di Valerio Galli, spiegabile forse con la giovanissima età e la totale inesperienza a dirigere opere di tale portata. Il coreano Francesco Hong è Calaf. Pur forte di una lunga esperienza nel repertorio pucciniano, sul piano della recitazione offre una prestazione poco convincente, la quale con azioni sceniche inespressive e prive di aderenza al testo e alla melodia, con modulazioni della voce inesistenti, è assai lontana dall’illuminare la complessa personalità del Principe. In una partitura così travolgente ed impervia la voce appare assai affaticata fino a emissioni più simili a grida che a note acute. Lo stesso dicasi della giovanissima Elena Popovskaya, nei panni di Turandot. Un esperimento prematuro quello di affidare a una giovane cantante un ruolo di tale difficoltà e con tanti illustri precedenti a confronto. Una esperienza utile per capire ciò che non va fatto. Dal naufragio quasi totale del cast millantato come il migliore esistente per tale opera, si eleva la voce melodiosa del soprano Donata D’Annunzio Lombardi (Liù), abile nelle sfumature di volume e nei vibrati, la quale con il canto e una intensa e coerente gestualità rende appieno la fragilità e lo struggente coraggio della schiava Liù, personaggio marginale dal punto di vista narrativo, ma la cui aria prima del suicidio è una delle pagine più impegnative e commosse di Puccini, cantata con un trasporto lirico avvolgente che eleva lo spirito dello spettatore verso la meditazione di quella "notte che non ha mattino"e dà ragione a chi ritiene Liù una delle creazioni più alte e ispirate tra le eroine pucciniane. Assai convincente e in linea con la sventurata vecchiezza del personaggio Timur, Alfredo Zanazzo, navigato interprete di ben altri ruoli in ben altri tempi.
Dunque scialba messa in scena del capolavoro pucciniano e, se si estranea la dolce D'Annunzio Lombardi, intollerabile interpretazione.