IL SINDACO DEL RIONE SANITA'
di Eduardo
Al Maestro Carlo Giuffrè.
Poche sere fa al Quirino, ho avuto il privilegio e la Fortuna di poterla rivedere su quello storico palcoscenico dove 47 anni fa il Sindaco vide la luce. Ero allora presente, lo sono stato ora, provando tuttavia emozioni e sensi di trasalimento non provati allora e solo di rado provati successivamente. Alcune furono la lacerata umanità del suo Giovanni in la Fortuna con la Effe Maiuscola e il suo sognante Luca Cupiello in Natale in casa Cupiello.
Con queste poche riga vorrei esprimerle la mia umilissima, irrilevante e del tutto anonima riconoscenza per tanta dovizia di emozioni. La sua arte di interprete e di regista, in una felice commistione di immedesimazione e di creatività, hanno raggiunto vertici cui solo pochi possono accedere per occupare un posto, che la letteratura teatrale assegna solo a pochissimi suoi predecessori.
La sua duttilità espressiva, nella parola e nella gestualità, la costante e perfetta aderenza di ogni singolo gesto al testo, davano alla sua interpretazione una completezza assoluta. Tutto ciò non nella stasi del personaggio sempre uguale a se stesso seppure descritto in diverse situazioni, ma nella dinamica spirituale che lo porta dalla riverita imponenza e cosciente prepotenza del primo atto, alla maturazione spirituale e culturale del secondo atto. La ferita che porta Antonio Barracano alla morte, è anzitutto una ferita al suo modo di essere Sindaco. Un Sindaco insindacabile né dai parenti né da quello scampolo di misera gente che cui dà a suo modo soccorso. E’ una ferita alla sua cultura della giustizia domestica, autoconcepita e posta in essere autonomamente. Una ferita dalla quale nasce un uomo nuovo che di fronte ormai alla parola fine, sente il bisogno di trasmettere una eredità di pace raccolta con slancio devoto da Fabio, non a caso Fabio Della Ragione: l’eredità di una speranza fino allora disattesa; la speranza nell’avvento di un mondo un po’ più quadrato in nome della legalità; la speranza della fedeltà della parola ai fatti; la speranza infine cristiana dell’essere semplicemente il SI si e NO il no.
Alla trasfigurazione di Antonio Barracano dalla autocoscienza del primo atto alla rassegnata presa di coscienza del secondo, lei Maestro, conferisce una ricchezza di sfumature che con la mobilità degli occhi e una gestualità progressivamente più misurata e raccolta diventano ad un tempo racconto del personaggio e presagio. Presagio dal quale si intravedono già le conclusioni del suo non concluso discorso commensale: l’accorata invocazione alla giustizia senza vendette individuali, senza sangue, fortemente sostenuta dal chiaro discernimento della esistenza di una luce che può cancellare tale e tanto sangue. Che altro sarebbero altrimenti quella immensa macchia di rosso che invade il palcoscenico ormai vuoto e quella luce fendente che illumina il posto che fu del defunto Sindaco?
Interpretazione e regia dunque di somma poesia, che senza nulla togliere al testo originale, ne coglie la inquietante attualità e la consegna agli spettatori con la carica immensa della sua Speranza.
Grazie Maestro e Auguri di lunga vita. Perché il teatro viva.
Interpretazione e regia dunque di somma poesia, che senza nulla togliere al testo originale, ne coglie la inquietante attualità e la consegna agli spettatori con la carica immensa della sua Speranza.
Grazie Maestro e Auguri di lunga vita. Perché il teatro viva.
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