martedì 27 gennaio 2009

Roma - Teatro dell’OPERA
AIDA
di Giuseppe Verdi

Luminosa orchestrazione di Daniel Oren.
Sciagurata regia e dissacrante scenografia di Robert Wilson.

Luminosa e illuminante l’orchestrazione del Maestro Oren. Sotto la sua direzione tutta l’orchestra vibrante e densa di impasti strumentali illumina le infinite atmosfere, i complessi conflitti dell’opera. La musica che sa trarre pare risolvere nello smalto del suo incanto il conflitto di popoli nella cieca irrazionalità della Guerra e il conflitto irrisolto tra la felicità individuale sognata nella sfera della propria Piccola Storia e l’ineludibile, opprimente forza della Grande Storia. L’energica incisività e la sapienza con cui tutta l’orchestra è messa al servizio di tali tratti dominanti dell’opera, rinviano a un magistero capace di descrivere ambienti esotici e lontani nel tempo, così come affetti e invocazioni, dolori e disonori, trionfi, esultanze e addii, che appartengono ad ogni tempo.

Se tale è la orchestrazione di Oren, non lo stesso può dirsi della regia e della scenografia di Robert Wilson. Con la regia di Wilson i personaggi, l’anima della musica e che dalla musica ricevono una verità eterna, perdono ogni afflato di vita, ogni soffio di umanità e divengono figure “bidimensionali” come Wilson rivendica per il suo genio. Divengono graffiti su uno schermo gelido su cui inverosimili mutazioni di colore cercano di sottolineare i differenti momenti della partitura. Dalla fatale intuizione che “per ascoltare la musica occorre chiudere gli occhi”, come con protervia insistenza Wilson tenta di illustrare nel programma di sala, ne deriva che tutta l’azione scenica perde il suo significato e il melodramma si impoverisce fino a divenire semplice partitura da concerto.

E sia! Sia pure tale sciagurata interpretazione registica!

Ma perché inveire ancora con movimenti e costumi e cambi di luce repentini, che fanno scempio della musica e del libretto fino alla loro totale dissacrazione? Difficile cogliere il senso della maschera bianca, funerea di Radamès durante il canto con cui si augura l’avverarsi del suo sogno. Quale è il senso di una mano pallida aperta verso il pubblico, respingente segno di rifiuto, quando la frase musicale recita “del mio pensiero tu sei regina, tu di mia vita sei lo splendor”? Quale il senso della scena del trionfo in cui manca il trionfatore, e durante la quale inessenziali ballerini transitano davanti alle trombe che festeggiano il trionfo? Quale il senso di un “Popolo” che esulta per la Gloria d’Egitto, se tutto il coro è vestito degli stessi abiti, quasi che il popolo fosse una casta? Quale il senso della finzione mimica con cui Amneris finge di porgere il ”serto trionfale”, non azione teatrale ma quasi gioco tra fanciulli, che strappa l’irritazione o il riso? Come attribuire all’estetica dell’ascolto della musica a occhi chiusi, la collocazione degli interpreti costantemente errata? Nella grande scena del concertato finale dell’Atto II il trionfatore Radamès, sempre con gli stessi abiti e lo stesso volto funereo dell’esordio, rimane non avanti ma dietro Amonasro, il vinto. Con quale substrato culturale motivare le due mani isolate nel buio del nulla quando il canto di Aida e Radamès “A noi si schiude il ciel..” richiederebbe una ambientazione e una azione scenica che dessero sostanza visiva alla fine al contrasto della ascesa verso la luce e il cupo sotterraneo della condanna?

Sciagurata regia, di cui il pubblico della Prima ha fatto giustizia con fischi e battiti di piedi. Penoso evento che non si è ripetuto con il secondo cast, grazie forse alla straordinaria capacità degli interpreti di astrarsi dall’involucro criminoso in cui la regia li aveva avvolti e hanno dato anima e soffio vitale ai personaggi con pregevoli esecuzioni vocali. Non tutti al livello delle giovanissime e splendide Kristin Lewis (Aida) e Anna Smirnova (Amneris), certo. Ma con differenze di afflato e di capacità interpretative trascurabili rispetto allo scempio perpetrato da una regia motivata solo dall’egocentrismo irrispettoso di un sedicente maestro del palcoscenico.

Manlio Mirabile
fm.mirabile@virgilio.it
gennaio 2009

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